Il referendum sulla separazione delle carriere, nato come passaggio tecnico sulla riforma della giustizia, si sta trasformando in un crocevia politico per il governo guidato da Giorgia Meloni. A Palazzo Chigi il dossier non è ufficialmente in cima all’agenda, ma nelle riunioni riservate il tema è centrale.
La variabile chiave è l’affluenza. Se il quorum politico dovesse fermarsi attorno al 40-42%, il rischio di una vittoria del No diventerebbe concreto. In quel caso, la sconfitta non avrebbe effetti immediati sulla tenuta dell’esecutivo, ma potrebbe aprire una fase di logoramento politico fino alle elezioni del 2027.
La linea ufficiale della maggioranza è chiara: il governo andrà avanti comunque. Tuttavia, la gestione della campagna referendaria è delicata. Personalizzare troppo il voto significherebbe trasformarlo in un plebiscito sulla premier; restare defilati potrebbe invece demotivare l’elettorato di centrodestra.
Il vero timore per la coalizione è un anno di fibrillazioni interne. In casa Forza Italia una vittoria del No potrebbe accelerare il dibattito sulla leadership di Antonio Tajani, con la famiglia Berlusconi family osservatrice interessata degli equilibri futuri.
Anche sul fronte leghista non mancano le incognite. L’eventuale crescita nei sondaggi di Roberto Vannacci dopo l’addio al Carroccio rappresenta un elemento di pressione su Matteo Salvini e, di riflesso, sull’intera maggioranza.
Per Fratelli d'Italia il rischio è doppio: dover gestire alleati indeboliti e, allo stesso tempo, evitare che l’instabilità si traduca in paralisi legislativa.
Di fronte a uno scenario di logoramento, la prima opzione sul tavolo è il voto anticipato. Un ritorno alle urne tra giugno e settembre consentirebbe alla premier di capitalizzare l’attuale vantaggio nei sondaggi e impedire la saldatura del cosiddetto “campo largo” delle opposizioni.
Tuttavia, questa scelta presenta criticità evidenti. A settembre si aprirebbe la sessione di bilancio, rendendo tecnicamente complicata una campagna elettorale. Inoltre, Meloni è già tra i premier più longevi della Repubblica e potrebbe puntare a consolidare questo primato simbolico, superando i governi guidati da Silvio Berlusconi in termini di durata.
La decisione, dunque, non è solo tattica ma anche strategica: meglio rischiare ora o governare fino a fine legislatura cercando di rafforzare l’azione politica?
Se l’ipotesi delle elezioni anticipate venisse accantonata, l’alternativa sarebbe un patto di fine legislatura con pochi punti qualificanti. In cima all’agenda potrebbe esserci un intervento fiscale a favore del ceto medio, da inserire nella prossima legge di bilancio.
Ma il vero dossier strategico riguarda la legge elettorale. Gli sherpa della maggioranza starebbero lavorando a un modello che prevede la cancellazione dei collegi uninominali, il passaggio a collegi plurinominali con liste bloccate e un premio di maggioranza al superamento del 40%.
Su questo schema Fratelli d'Italia e Forza Italia appaiono favorevoli, mentre la Lega mantiene una posizione più prudente, avendo storicamente beneficiato degli uninominali.
Il nodo politico riguarda i tempi: accelerare prima del referendum potrebbe esporre la maggioranza all’accusa di voler modificare le regole del gioco a proprio vantaggio. Farlo dopo un’eventuale sconfitta referendaria rischierebbe invece di apparire come una mossa difensiva.
Il referendum di marzo, dunque, rappresenta molto più di un passaggio tecnico sulla giustizia. È lo snodo politico che potrebbe ridefinire equilibri, strategie e prospettive della legislatura.
Tra voto anticipato, patto di fine mandato e riforma della legge elettorale, la premier si trova davanti a un bivio complesso. La scelta determinerà non solo il futuro del governo, ma anche la configurazione del sistema politico nei prossimi anni.