Il 26 novembre del 2010 l’Italia smise di respirare. Quando riprendemmo fiato, il 26 febbraio del 2011, l’aria attorno e dentro di noi era diventata amara, irrespirabile. Ogni speranza si sgretolò. Non era fuggita. Non era sorvegliata da temibili sequestratori. Non sarebbe arrivata nessuna richiesta di riscatto perché non c’era più nulla da riscattare. Yara Gambirasio, 13 anni, studentessa delle medie già desiderosa di frequentare il liceo scientifico, giaceva senza vita in un campo in località Chignolo d’Isola, in provincia di Bergamo.
È stato Massimo Giuseppe Bossetti a compiere il misfatto? L’excursus giudiziario del muratore di Mapello è noto, così come nota è la tenacia dei suoi legali nel tentativo di dimostrarne l’innocenza, ma non ho il titolo per (né la voglia di) prendere posizione in questo dibattito. Restiamo nel campo di Chignolo, quindi: una ridda di arbusti spinosi, interrotti dall’orrore di una tredicenne che non sarebbe mai diventata ragazza. Quell’area era già stata battuta.
Diversi operatori della protezione civile, in assoluta buona fede, giurarono di aver perlustrato in precedenza quell’esatta zona del campo. Il cadavere però non c’era, sostengono. Tanto è bastato, nel dibattito mediatico, a diffondere la convinzione secondo cui Yara sarebbe morta in un luogo chiuso, e solo in un secondo momento trasportata nel campo. Nello specifico, si fa riferimento al centro sportivo di Brembate di Sopra, da cui la giovane è stata vista uscire il 26 novembre, orientativamente intorno alle 18.40, dal signor Fabrizio Francese, patrigno di un’altra frequentatrice della polisportiva.
Dopodiché non vi furono altri avvistamenti. Francese ha dichiarato che Yara si dirigeva verso il portone della palestra, si osserva da più parti, ma cosa esclude che lei, decidendo di trattenersi un altro po', possa aver poi fatto dietrofront? In effetti questa è una possibilità. Però a mio avviso la giusta domanda da porsi è un’altra: può il cattivo esito delle ricerche del corpo superare, per importanza investigativa, ciò che il cadavere stesso, seppur tragicamente silente, comunica a gran voce? Il quadro lesivo riscontrato sul cadavere della tredicenne è molto particolare. Ignorarlo sarebbe un errore imperdonabile.
Eppure troppo spesso ci si dimentica che l’ipotermia è stata una delle concause della morte. In altre parole: Yara Gambirasio è deceduta a causa del freddo, o quantomeno il freddo è stata una delle ragioni determinanti. Non l’unica ragione, ovviamente. L’omicida ha colpito la giovane al volto con un oggetto contundente mai identificato, e ha utilizzato un’arma da taglio per realizzare sul cadavere incisioni di varia natura, caratterizzate da forme originali e da varie soluzioni di continuo, e che è stato possibile analizzare solo in parte a causa dello stato di scheletrizzazione in cui versavano ampie porzioni del cadavere.
Non passa inosservata la natura tutt’altro che profonda di molte delle ferite prodotte dal coltello. In particolare, la lesione da taglio all’altezza del torace viene descritta dagli anatomopatologi come “superficialissima”, il che apre innanzi a noi uno scenario orrorifico: Yara non è rimasta vittima di un’aggressione compulsiva, di una lite feroce o di una rissa. Nessuno si è avventato contro di lei, rifilandole una scarica di colpi. Non si è trattato di un omicidio rapido, rabbioso, isterico. Al contrario, qualcuno si è crudelmente divertito a incidere il corpo di Yara con lentezza forse esasperante, salvo poi abbandonarla a terra quando era ormai incapace di alzarsi o di chiedere aiuto.
Le analisi istologiche hanno inoltre rilevato una scarsa quantità di sangue nei bronchi di Yara Gambirasio. Quantità che, da sola, non sarebbe stata sufficiente a cagionarne la morte. A partire da ciò è stato possibile inferire che la fuoriuscita ematica dalle ferite sia stata sì ingente, ma insufficiente, da sola, per motivare il decesso. E qua torna utile, ancora una volta, il tema del contributo letale apportato dal freddo. Aggiungiamo un altro argomento, stavolta tratto dalla botanica forense, che suggerisce che Yara sia deceduta nel campo poco dopo il rapimento, piuttosto che essere stata trasportata lì da morta: gli esperti che hanno effettuato gli esami autoptici (in primis la dottoressa Cristina Cattaneo e il dottor Luca Tajana) hanno rilevato l’avvenuta azione di alcuni animali roditori sulle mani di Yara.
Un’azione simile si riscontrava in altre aree del campo di Chignolo. La mano destra della giovane era stretta a pugno. Tra le dita e il palmo erano rappresi numerosi frammenti di piante, i quali presentavano un’elevatissima compatibilità con la vegetazione del campo tipica del periodo in cui è avvenuta la scomparsa. Addirittura, risulta che la mano scheletrica della vittima fosse attaccata a un ciuffo d’erba ancora radicato.
Le conseguenze di ciò non possono che essere cogenti sul piano investigativo: dopo aver lottato con tutte le sue forze contro il soggetto che la stava uccidendo, Yara ha stretto il pugno destro in un ultimo, disperato spasmo agonico, e in questo modo ha involontariamente raccolto e conservato un indizio che è stato in grado di resistere all’evolversi del clima e della stagione invernale.
Torniamo dunque a chiederci: Yara è stata aggredita e torturata da qualcuno che conosceva, e che poi l’ha condotta, già agonizzante, nel campo di Chignolo d’Isola? Oppure, in ossequio a ciò che le sentenze hanno sancito, dovremmo pensare a un rapitore sconosciuto che l’ha intercettata all’uscita del centro sportivo per poi costringerla, o persuaderla con l’inganno, a salire a bordo di un veicolo diretto a Chignolo? Sempre spingendoci al di là dell’”enigma Bossetti”, possiamo rilevare che i detrattori di questa seconda ipotesi (largamente preferibile a parere di chi scrive), spesso evidenziano come le autopsie svolte abbiano escluso che Yara, prima di morire, abbia consumato un rapporto sessuale con il suo aggressore, o con chiunque altro in precedenza. Perché prendersi la briga di rapirla e di trasportarla in un campo isolato, e poi neanche agire su di lei violenza sessuale?
Ci si chiede. Questa domanda rischia però implicitamente di ignorare la distinzione tra “omicidi sessuali” e “omicidi sadico – sessuali”. In questa seconda categoria di delitti, di cui il caso Gambirasio potrebbe essere emblematico, l’aggressore agisce sì per una finalità sessuale, ovvero per appagare un impulso psichico ed erotico, ma non penetra la propria vittima, preferendo imprimere su di lei tagli, lesioni e ferite cutanee di ogni tipo, alla stregua di atti sessuali sostitutivi. Aggiungiamo un’altra considerazione: lario Scotti, l’aereomodellista che rinvenne per caso il cadavere di Yara mentre recuperava un aereoplanino caduto lì nei pressi, notò il corpo solo nel percorso di ritorno, e non in quello di andata.
Lo stesso Scotti, una volta allontanatosi dall’oscena visuale, riscontrò una certa difficoltà nel tornare sulla scena del crimine per indicarla alle forze dell’ordine. D'altronde, chi ha familiarità con i casi di Elena Ceste, Andreea Rabciuc, Daniela Ruggi, Liliana Resinovich (e molti altri), non si meraviglia del fatto che un cadavere, pur permanendo a lungo nel medesimo luogo, possa essere rinvenuto casualmente, anche dopo intense ricerche condotte da professionisti di specchiata e indubbia serietà. Le condizioni climatiche dei luoghi sono determinanti.
I cani e i dispositivi tecnologici di cui dispongono i pur abilissimi “cercatori” sono utili, salvano migliaia di vite e aiutano a risolvere innumerevoli misteri. Ma come tutto ciò che è umano o guidato da umani, essi non sono onnipotenti. Pertanto dalla semplice constatazione che il campo era stato battuto con perizia, sarebbe errato inferire che il cadavere di Yara Gambirasio non possa essere rimasto lì a partire dal 26 novembre del 2010, il giorno della scomparsa.