Giovanni Melillo, procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo, oggi è la figura di spicco nel dibattito sul referendum del 22-23 marzo sulla riforma Nordio della giustizia.
In un'intervista rilasciata alla rivista giuridica "Giustizia Insieme" e ripresa dal Fatto Quotidiano, il procuratore si è schierato pubblicamente per il No.
La sua posizione critica evidenzia rischi per l'indipendenza della magistratura e l'efficacia delle indagini su mafie e corruzione, ma si inserisce in un contesto di campagna referendaria già accesa. E quindi no può che moltiplicare le polemiche.
Giovanni Melillo è nato a Napol e ha intrapreso la carriera giudiziaria come pretore, per poi entrare nella Direzione distrettuale antimafia (Dda) partenopea.
Tra il 1999 e il 2001 ha lavorato al Segretariato generale della Presidenza della Repubblica, tornando poi come sostituto procuratore alla Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo (Dna), dove ha coordinato indagini su criminalità organizzata, riciclaggio, narcotraffico e appalti pubblici.
Nel 2009 è rientrato a Napoli come procuratore aggiunto, assumendo dal 2013 la guida della Dda, interrotta brevemente per il ruolo di capo di gabinetto del ministro della Giustizia Andrea Orlando (2014-2017).
Nominato procuratore di Napoli nel 2017 dal Consiglio Superiore della Magistratura (Csm), superando Federico Cafiero De Raho, il 4 maggio 2022 è stato eletto procuratore nazionale antimafia con 13 voti, succedendo proprio a De Raho.
Alla guida della Dna, ha avviato riforme nei metodi di coordinamento investigativo, denunciando abusi nelle segnalazioni di operazioni finanziarie sospette e promuovendo un approccio moderno alla lotta contro la criminalità organizzata.
Melillo ha espresso il suo No alla riforma costituzionale Nordio, approvata il 30 ottobre 2025 senza i due terzi parlamentari e ora sottoposta a referendum, criticandone innanzitutto il metodo.
L'ha definita un'iniziativa governativa "blindata", priva di confronto ampio, che contraddice lo spirito costituente. Secondo lui, in questo modo, si è imposta una prove di forza invece di un dialogo pluralista, essenziale per modifiche all'ordinamento giudiziario.
Sul merito, Melillo denuncia rischi per l'autonomia della magistratura e l'equilibrio dei poteri: la separazione rigida delle carriere (giudici e pm) appare inutile, dato che esiste già (riforma Cartabia 2022), e mira a ridurre i controlli su politica e potere.
A Melillo, poi, preoccupa l'estrazione a sorte dei togati nei due Csm distinti (uno per i pm, uno per i giudici), che potrebbe favorire corporativismo, frammentazione organizzativa e indebolire il ruolo del pm nelle indagini complesse su mafie, corruzione, finanza opaca e frodi fiscali.
La riforma, infine, per il procuratore antimafia, rischia addirittura di impoverire la "condizione spirituale" della magistratura, esponendola a pressioni esterne e compromettendo l'immagine e l'efficacia processuale.
Melillo per questo, ha invitato a un impegno comune dopo il referendum per recuperare fiducia pubblica e dialogo tra avvocatura e politica.
Le parole di Giovanni Melillo sono destinate a far discutere soprattutto se si ricorda che gli ultimi procuratori nazionali antimafia sono finiti in politica tra le fila del centrosinistra, da Roberti e Cafiero De Rhao.
Emilia Rossi, autrice del pamphlet "Certo che sì! Il referendum fra realtà e propaganda", su Facebook ha commentato la sua intervista così:
Il deputato di Forza Italia Enrico Costa, invece, l'ha messa così: