23 Feb, 2026 - 08:14

Il perché del Referendum sulla Giustizia

Il perché del Referendum sulla Giustizia

Il tema del referendum sulla giustizia non è un esercizio accademico né un confronto astratto tra addetti ai lavori: è una scelta che incide direttamente sulla qualità della democrazia e sul modo in cui i cittadini percepiscono il funzionamento dell’ordinamento giudiziario. Da almeno trent’anni, all’interno della magistratura italiana si discute della necessità di superare le dinamiche correntizie e di ripensare il sistema di autogoverno. Tuttavia, nonostante gli scandali, le inchieste e il dibattito pubblico esploso nel 2019, la struttura di potere che governa la giurisdizione è rimasta sostanzialmente immutata. Sono cambiati i volti e gli equilibri interni, ma non è cambiato il meccanismo: le correnti continuano a svolgere un ruolo determinante nelle nomine, nelle carriere e nella gestione complessiva dell’Consiglio Superiore della Magistratura.

I referendum sulla separazione delle carriere e sulla riforma del CSM si collocano esattamente in questo contesto. Essi rappresentano un tentativo, forse il più concreto degli ultimi decenni, di incidere su un equilibrio che ha mostrato limiti profondi, non solo sul piano dell’imparzialità, ma anche su quello dell’efficienza. La separazione delle carriere, infatti, non riguarda soltanto la distinzione funzionale tra giudici e pubblici ministeri: mira a rafforzare la terzietà del giudice, garantendo che il suo percorso professionale sia autonomo e non condizionato da dinamiche associative che coinvolgono anche il requirente. In altre parole, vuol dire affermare con chiarezza che chi giudica e chi accusa devono appartenere a sistemi differenti, dotati di culturali e organizzativi propri, come già avviene in quasi tutti gli ordinamenti occidentali.

Parallelamente, il referendum sulla riforma del CSM intende modificare il modo in cui si formano le maggioranze all’interno dell’organo di autogoverno. L’obiettivo è ridurre l’influenza delle correnti, che negli anni hanno trasformato il sistema delle nomine direttive in una sorta di competizione permanente basata su appartenenze e rapporti interni, più che su criteri effettivi di merito. La revisione del meccanismo elettorale e l’introduzione del sorteggio può servire proprio a spezzare quel circuito chiuso che ha reso il CSM vulnerabile a logiche spartitorie.

Tuttavia, nessuna riforma strutturale può davvero funzionare senza un cambiamento culturale interno. Le correnti non sono soltanto aggregazioni organizzate: sono un modo di concepire la carriera, un modello di gestione del potere, un sistema di alleanze e fidelizzazioni che si è radicato nel tempo. Anche qualora il referendum dovesse passare, il rischio è che il sistema – così com’è – continui a replicarsi attraverso prassi consolidate, interpretazioni strumentali delle regole e una cultura professionale che, ancora oggi, tende a considerare la vita associativa come il passaggio obbligato per qualsiasi avanzamento. È per questo che la riforma deve essere accompagnata da una responsabilità disciplinare più credibile, autonoma e impermeabile alle pressioni interne: senza un organo disciplinare realmente indipendente, ogni tentativo di rinnovamento rischia di restare monco.

Un altro aspetto decisivo riguarda i tempi della giustizia. È vero che non si tratta dell’oggetto diretto del referendum, ma è altrettanto vero che qualsiasi intervento sull’assetto ordinamentale produce effetti indiretti sull’efficienza complessiva del sistema. Un CSM meno condizionato dalle correnti può selezionare dirigenti più capaci, valorizzare il merito al posto dell’appartenenza e introdurre criteri di valutazione più rigorosi. Tutto ciò incide inevitabilmente sulle performance degli uffici, sulla gestione del personale, sull’organizzazione interna e, quindi, sui tempi dei processi. Non si può parlare di efficienza senza parlare di responsabilità, e non si può parlare di responsabilità senza intervenire sui meccanismi che regolano la carriera dei magistrati.

In definitiva, il referendum non è un attacco alla magistratura, né una battaglia ideologica. È una richiesta di trasparenza, di equilibrio e di credibilità. È l’occasione per superare una struttura che negli anni ha mostrato limiti evidenti e per costruire un modello più moderno, più democratico e più vicino alle esigenze dei cittadini. Non risolve tutto, ma rappresenta un passaggio essenziale per aprire una stagione diversa. Una stagione in cui il merito torni al centro, l’autogoverno sia davvero indipendente e la giustizia torni a essere percepita come un servizio imparziale, non come il prodotto di equilibri interni o appartenenze associative.

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