Giorgia Meloni entra in "guerra". Ma lo fa in punta di piedi, senza dichiararla ufficialmente. Il referendum sulla separazione delle carriere è il campo di battaglia, ma la parola “referendum” resta tabù. A Palazzo Chigi la linea è stata cesellata in una serie di riunioni ristrette: la premier, il sottosegretario Alfredo Mantovano, il fedelissimo Giovanbattista Fazzolari e la sorella Arianna hanno deciso la rotta. Attaccare i giudici ma senza mai nominare il voto. Evitare che la consultazione diventi un plebiscito pro o contro il governo.
Una furbata molto democristiana, sussurrano anche dentro la maggioranza. Il modello negativo è uno solo: Matteo Renzi. Nel 2016 personalizzò il referendum costituzionale, lo perse e si ritrovò fuori da Palazzo Chigi nel giro di una notte. Meloni quella scena la conosce a memoria. E non ha alcuna intenzione di replicarla. Il messaggio è chiaro: il governo non si gioca la vita su questa partita. Ufficialmente. Ufficiosamente, invece, la separazione delle carriere è l’unica grande riforma portata a casa dopo lo stop al premierato e all’autonomia. Una bocciatura sarebbe una ferita politica profonda.
La strategia è chirurgica. Trasformare il referendum in un giudizio sui magistrati, non sul governo. Chi voterà “sì” — nello schema meloniano — non sosterrà una riforma tecnica, ma darà uno schiaffo alle “toghe politicizzate” che ostacolano l’esecutivo su migranti e sicurezza. Chi voterà “no” sarà automaticamente nel campo di chi difende la “mala giustizia”.
Negli ultimi giorni la premier ha alzato il volume. Prima l’attacco al tribunale di Roma per il risarcimento a un migrante trasferito in Albania. Poi la sentenza di Palermo che ha condannato il governo a pagare 76 mila euro per il caso della nave Sea Watch comandata nel 2019 da Carola Rackete. In entrambi i casi, Meloni ha colpito duro. Senza mai pronunciare la parola referendum.
È un’escalation studiata. Anche perché dal Colle sono arrivati segnali opposti. Sergio Mattarella ha richiamato al rispetto reciproco tra istituzioni, soprattutto davanti al Csm. Ma nel cerchio ristretto meloniano il Quirinale non è più percepito come un arbitro neutrale. Piuttosto come un argine.
Intanto i sondaggi inquietano. La soglia psicologica è quella del 40-45% di affluenza: solo con una partecipazione alta il “sì” può prevalere. Ecco perché l’ordine è mobilitare l’elettorato di centrodestra come un esercito in marcia. Colpire la magistratura su temi identitari: immigrazione, ordine pubblico, sicurezza urbana.
Ufficialmente, ripetono a Palazzo Chigi, “non accadrà nulla” se vincesse il no. Lo ha ribadito anche Guido Crosetto. Eppure il Guardasigilli Carlo Nordio ha ammesso che una bocciatura avrebbe un effetto devastante. Perché sarebbe letta come una vittoria delle toghe e una sconfitta personale della premier.
La storia recente pesa come un macigno. Renzi dal 40% al tonfo. Il Movimento 5 Stelle dal 32 al 15%. Matteo Salvini dal 34 all’8%. In politica il declino può iniziare con una crepa impercettibile.
Meloni lo sa. Per questo Palazzo Chigi ha firmato un contratto da 146 mila euro con i sondaggisti per avere tracking quotidiani. Per questo valuta una comparsata pop al Festival di Sanremo: una passerella nazional-popolare per scaldare il consenso senza parlare di referendum.
La premier sfoglia la margherita da settimane: metterci la faccia o restare sullo sfondo? Alla fine ha scelto la terza via. Combattere senza dichiarare guerra. Colpire senza intestarsi il duello. Una strategia sottile, rischiosa, quasi cinica.
Funzionerà? Lo diranno le urne. Ma una cosa è certa: se il “no” dovesse prevalere, nessuno crederà davvero che questo non sia stato un voto politico. E allora la furbata potrebbe trasformarsi in boomerang. Perché in politica, come insegna la cronaca degli ultimi anni, basta un niente per passare dall’onda lunga al riflusso. E l’ansia, a trenta giorni dal voto, a Palazzo Chigi si taglia con il coltello.