Esiste un confine invisibile oltre il quale l’amore si capovolge, diventando una forza distruttrice che non lascia scampo. È il confine che ha varcato la madre di Beatrice, a Bordighera, l’ultimo tragico tassello di un mosaico di orrore che ciclicamente squarcia la coscienza collettiva italiana.
Un tabù insostenibile che ci costringe a guardare nell'abisso del "materno", laddove la vita dovrebbe germogliare e invece trova la morte.
Non è la prima volta, e la cronaca ci ha tristemente abituato a nomi che sono diventati sinonimo di un mistero oscuro. Nel 2002 fu Annamaria Franzoni, a Cogne: un caso che ha tenuto l'Italia col fiato sospeso tra perizie psichiatriche e una negazione granitica, trasformando un dramma familiare in un evento mediatico senza precedenti.
Anni dopo, il volto dell'infanticidio ha assunto i tratti di Veronica Panarello, condannata per l'omicidio del piccolo Loris Stival.
Qui il racconto si è fatto ancora più torbido: un labirinto di bugie, versioni contrastanti e un rapporto madre-figlio distorto, dove il bambino sembrava quasi un ostacolo o un testimone scomodo di una vita che la madre non riusciva più a gestire.
Ma c’è una storia che, forse più di altre, incarna la deriva della disperazione: quella di Franca Sbano e della sua piccola Benedetta. Un delitto atroce consumato con il diserbante, un veleno che infligge dolori inenarrabili. Eppure, nel biglietto lasciato dalla donna — “Benedetta la porto via con me” — non si legge l'odio, ma un senso di possesso totale e tragico.
I vicini la descrivevano come una "grande lavoratrice che viveva per la figlia". Ma dietro quella facciata si nascondeva l'ombra di una separazione mai elaborata, un marito che se n'era andato e una depressione che aveva trasformato il figlicidio in un "atto di salvataggio" distorto. La richiesta finale di usare il proprio oro per il funerale è la firma di una donna che si sentiva già morta dentro, vittima di un’idea di sacrificio che annulla l’individuo.
Per comprendere questi atti, bisogna andare oltre la superficie del "raptus". La psicologia parla spesso di Sindrome di Medea: come nel mito greco, la madre uccide la prole per colpire il compagno che l'ha tradita o abbandonata. È la vendetta trasversale estrema: togliere al padre ciò che ha di più caro.
Ma c'è anche una chiave di lettura sociologica più profonda. La violenza, anche quella femminile, è spesso una questione di potere. Le donne, storicamente vittime di sottomissione, possono a loro volta esercitare un dominio assoluto sull'unico soggetto ancora più debole di loro: il figlio. In questi casi, il bambino cessa di essere una persona reale — con i propri diritti e la propria vita — per diventare una proiezione dei desideri o dei fallimenti della madre.
L'inchiesta sulla violenza di genere ci insegna che non esistono gesti "improvvisi". Esistono segnali ignorati, solitudini profonde e una società che santifica la maternità, impedendo alle donne di ammettere la propria fragilità o, talvolta, la propria spietatezza. Le madri che uccidono ci ricordano che l'essere umano, indipendentemente dal sesso, è capace di orrori indicibili quando si sente intrappolato in rapporti di forza distruttivi.
Non è "follia momentanea": è l'esito di un isolamento che nessuna rete sociale è riuscita a spezzare in tempo.