Nei primi anni Duemila si faceva davvero poca attenzione a certi aspetti. Oggi, nel 2026, tutti i nodi vengono al pettine grazie a “Reality Check: la verità su America’s Next Top Model”, il documentario Netflix (disponibile dal 16 febbraio 2026) pronto a riaprire i retroscena di una ferita che molti pensavano chiusa: quella di un reality cult che ha messo in mostra la sofferenza delle concorrenti (giovani modelle), facendola diventare uno show di successo.
Sono bastati solo tre episodi al colosso dello streaming per raccontare l’ascesa e la caduta di “America’s Next Top Model” e dare finalmente spazio alle ex partecipanti, che si aprono su cosa significasse davvero vivere dentro il “sogno” costruito da Tyra Banks e dalla macchina produttiva.
Il documentario scava sotto la patina glam e ci mostra il sistema di manipolazione, le pressioni psicologiche, la totale mancanza di tutele e i meccanismi tossici dietro lo show.
Ecco il trailer ufficiale della docuserie:
Nato nel 2003 e andato avanti fino al 2018, “America’s Next Top Model” è stato un format molto influente della tv dei primi anni Duemila. La moda era diventata un reality pop e ha imposto a un’intera generazione la sua idea di bellezza.
Lo show si presentava come un modo per dare a giovani donne, aspiranti top model, la possibilità di sfondare nel campo e promuoveva messaggi di empowerment e inclusività, ma il documentario mostra come dietro tutta questa retorica motivazionale si nascondesse spesso un modello violento di body shaming normalizzato, di sfide umilianti, photoshoot estremi e un uso sistematico della fragilità emotiva delle concorrenti per creare “momenti televisivi”.
Diciamo anche che il documentario vuole mettere in luce quanto, tra anni Novanta e primi Duemila, fosse normale un linguaggio mediatico che metteva al centro insulti, insicurezze e traumi delle persone.
La docuserie ricostruisce la genesi del format e il suo ruolo nella cultura pop. Il racconto si sofferma poi soprattutto sulle accuse: dal razzismo istituzionalizzato all’abuso psicologico fino ai casi di presunto sfruttamento sessuale. Ex concorrenti descrivono contratti sbilanciati, isolamento dal mondo esterno e la sensazione di essere sacrificabili in nome dell’audience. Nel documentario compaiono anche Tyra Banks, il produttore Ken Mok e storici giudici come Jay Manuel, Miss J. Alexander e Nigel Barker, chiamati a confrontarsi con questo passato oscuro.
Alcuni dei momenti più disturbanti riguardano la totale mancanza di protezione delle modelle in situazioni vulnerabili: il caso di Shandi Sullivan, che accusa la produzione di aver filmato e trasformato in storyline un episodio che lei definisce come aggressione sessuale mentre era ubriaca, è emblematico.
Altre ex concorrenti raccontano di essere state pesantemente spinte a modificare il proprio corpo, come Dani Evans, convinta a chiudere il diastema tra i denti sotto la minaccia implicita di perdere il posto in gara. Il documentario torna anche sulle famigerate sessioni fotografiche.
“Reality Check” insiste anche sul tema della responsabilità: quanto di quello che è accaduto è imputabile alla cultura televisiva dell’epoca e quanto alle scelte precise del team guidato da Tyra Banks.
Banks nel documentario ammette di essere andata “troppo oltre” in alcuni momenti e di portare con sé rimorsi, ma molte ex concorrenti leggono le sue scuse come tardive e insufficienti rispetto ai danni subiti, anche a distanza di anni, in termini di salute mentale e malus per la carriera.
La serie, ancora, allarga il campo: “ANTM” diventa il caso di studio di un’intera industria che ha costruito profitti sulla vulnerabilità dei partecipanti e pone allo spettatore una domanda scomoda: fino a che punto siamo complici quando seguiamo vicende di abuso credendo che sia semplice intrattenimento?