17 Feb, 2026 - 18:19

"Reality Check: la verità su America's Next Top Model", il documentario Netflix sugli abusi nello show

"Reality Check: la verità su America's Next Top Model", il documentario Netflix sugli abusi nello show

Nei primi anni Duemila si faceva davvero poca attenzione a certi aspetti. Oggi, nel 2026, tutti i nodi vengono al pettine grazie a “Reality Check: la verità su America’s Next Top Model”, il documentario Netflix (disponibile dal 16 febbraio 2026) pronto a riaprire i retroscena di una ferita che molti pensavano chiusa: quella di un reality cult che ha messo in mostra la sofferenza delle concorrenti (giovani modelle), facendola diventare uno show di successo.

"Reality Check: la verità su America's Next Top Model", quanti episodi sono?

Sono bastati solo tre episodi al colosso dello streaming per raccontare l’ascesa e la caduta di “America’s Next Top Model” e dare finalmente spazio alle ex partecipanti, che si aprono su cosa significasse davvero vivere dentro il “sogno” costruito da Tyra Banks e dalla macchina produttiva.

Il documentario scava sotto la patina glam e ci mostra il sistema di manipolazione, le pressioni psicologiche, la totale mancanza di tutele e i meccanismi tossici dietro lo show.

Ecco il trailer ufficiale della docuserie:

Cos’è “America’s Next Top Model” e come veniva considerato?

Nato nel 2003 e andato avanti fino al 2018, “America’s Next Top Model” è stato un format molto influente della tv dei primi anni Duemila. La moda era diventata un reality pop e ha imposto a un’intera generazione la sua idea di bellezza.

Lo show si presentava come un modo per dare a giovani donne, aspiranti top model, la possibilità di sfondare nel campo e promuoveva messaggi di empowerment e inclusività, ma il documentario mostra come dietro tutta questa retorica motivazionale si nascondesse spesso un modello violento di body shaming normalizzato, di sfide umilianti, photoshoot estremi e un uso sistematico della fragilità emotiva delle concorrenti per creare “momenti televisivi”.

Diciamo anche che il documentario vuole mettere in luce quanto, tra anni Novanta e primi Duemila, fosse normale un linguaggio mediatico che metteva al centro insulti, insicurezze e traumi delle persone.

Il documentario Netflix di “America’s Next Top Model” di che parla

La docuserie ricostruisce la genesi del format e il suo ruolo nella cultura pop. Il racconto si sofferma poi soprattutto sulle accuse: dal razzismo istituzionalizzato all’abuso psicologico fino ai casi di presunto sfruttamento sessuale. Ex concorrenti descrivono contratti sbilanciati, isolamento dal mondo esterno e la sensazione di essere sacrificabili in nome dell’audience. Nel documentario compaiono anche Tyra Banks, il produttore Ken Mok e storici giudici come Jay Manuel, Miss J. Alexander e Nigel Barker, chiamati a confrontarsi con questo passato oscuro.

Abusi, razzismo e body shaming in “America’s Next Top Model”

Alcuni dei momenti più disturbanti riguardano la totale mancanza di protezione delle modelle in situazioni vulnerabili: il caso di Shandi Sullivan, che accusa la produzione di aver filmato e trasformato in storyline un episodio che lei definisce come aggressione sessuale mentre era ubriaca, è emblematico.

Altre ex concorrenti raccontano di essere state pesantemente spinte a modificare il proprio corpo, come Dani Evans, convinta a chiudere il diastema tra i denti sotto la minaccia implicita di perdere il posto in gara. Il documentario torna anche sulle famigerate sessioni fotografiche.

Tyra Banks: responsabilità e legacy tossica del reality

“Reality Check” insiste anche sul tema della responsabilità: quanto di quello che è accaduto è imputabile alla cultura televisiva dell’epoca e quanto alle scelte precise del team guidato da Tyra Banks.

Banks nel documentario ammette di essere andata “troppo oltre” in alcuni momenti e di portare con sé rimorsi, ma molte ex concorrenti leggono le sue scuse come tardive e insufficienti rispetto ai danni subiti, anche a distanza di anni, in termini di salute mentale e malus per la carriera.

La serie, ancora, allarga il campo: “ANTM” diventa il caso di studio di un’intera industria che ha costruito profitti sulla vulnerabilità dei partecipanti e pone allo spettatore una domanda scomoda: fino a che punto siamo complici quando seguiamo vicende di abuso credendo che sia semplice intrattenimento?

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