16 Feb, 2026 - 09:14

Meloni tra Trump e il referendum: funambolismi atlantici e resa dei conti alle urne

Meloni tra Trump e il referendum: funambolismi atlantici e resa dei conti alle urne

Altro che decisionismo granitico. La stagione politica di Giorgia Meloni assomiglia sempre più a un numero da circo: camminare su una fune, senza rete, tra Washington e Bruxelles. E se un tempo la leader di Fratelli d’Italia rivendicava scelte nette, oggi deve calibrare ogni parola, ogni presenza, ogni assenza.
Il convitato di pietra si chiama Donald Trump. La sua imprevedibilità impone una tattica prudente: meglio tenersi stretto il tycoon, senza però rompere con l’asse europeo. La presidente del Consiglio punta a restare “pontiere” tra le due sponde dell’Atlantico, evitando di finire schiacciata nella frattura tra Stati Uniti ed Europa.
Il problema è che a Berlino soffia un vento diverso. Il cancelliere Friedrich Merz ha marcato le distanze dal mondo MAGA, parlando apertamente di divergenze culturali tra Europa e America trumpiana. Una linea che costringe Roma a smarcarsi con cautela, per non incrinare un’intesa che sembrava appena consolidata.


Il caso Board e il Quirinale: diplomazia acrobatica


La vicenda del cosiddetto “Board of Peace” è diventata il simbolo di questo equilibrismo. Invitata a partecipare, Meloni ha dovuto declinare, richiamando l’articolo 11 della Costituzione italiana. Una giustificazione tecnica, ma dal peso politico enorme. Sullo sfondo, il Colle: il presidente Sergio Mattarella osserva con attenzione ogni mossa.
L’ipotesi di un ruolo da osservatore ha acceso le opposizioni, che hanno chiesto un passaggio immediato in Parlamento. La premier si ritrova così stretta tra due fuochi: da un lato l’esigenza di non rompere con Washington, dall’altro il rischio di apparire troppo allineata agli Stati Uniti agli occhi dei partner europei.
Alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco, Meloni ha preferito il vertice Italia-Africa di Addis Abeba. Una scelta che ha lasciato il palcoscenico a Merz e che è stata letta da alcuni come una fuga tattica. A Monaco, però, l’amministrazione americana ha evitato toni incendiari: il segretario di Stato Marco Rubio ha rassicurato sull’alleanza culturale tra le due sponde dell’Atlantico, a differenza del vicepresidente JD Vance, che in passato aveva attaccato frontalmente l’Europa.
Ma la sostanza non cambia: tra falchi e colombe dell’orbita trumpiana, per Palazzo Chigi sarà decisivo individuare gli interlocutori giusti.


Referendum: da riforma tecnica a plebiscito su Meloni


Se sul piano internazionale l’equilibrismo è virtù, su quello interno rischia di diventare boomerang. Il referendum del 22-23 marzo sulla separazione delle carriere si sta trasformando in un voto pro o contro Meloni. Esattamente ciò che la premier voleva evitare.
L’incubo è quello del 2016, quando Matteo Renzi personalizzò la riforma costituzionale e legò il proprio destino politico all’esito delle urne. Meloni aveva promesso prudenza, niente drammatizzazioni. Ma la risalita del fronte del No — con Pd e Anm in prima linea — ha cambiato lo scenario.
Ora la presidente del Consiglio non può più restare in panchina. La partita si giocherà soprattutto sull’affluenza. E solo lei ha la capacità di mobilitare l’elettorato di centrodestra, storicamente meno incline a correre ai seggi rispetto a quello progressista.


Vittoria o sconfitta: cosa cambia per il governo


Nessuno a Palazzo Chigi parla di dimissioni in caso di vittoria del No. Anche perché, formalmente, nessuno le ha chieste. Ma una bocciatura sarebbe un colpo politico pesante, capace di rallentare l’agenda delle riforme e riaccendere tensioni nella maggioranza. Non a caso Arianna Meloni è dovuta intervenire per smentire voci di possibili elezioni anticipate.
Al contrario, un successo del Sì rafforzerebbe la premier e riaprirebbe i dossier sul premierato e sulla legge elettorale. Ma per incassarlo Meloni dovrà esporsi in prima persona, trasformando la prudenza in interventismo.
È qui il paradosso: all’estero deve dosare le parole, in patria deve alzare la voce. La politica funambolica può reggere per un po’, ma non può sostituire la scelta di campo. E tra Trump e le urne, il filo su cui cammina la premier si fa ogni giorno più sottile.

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