13 Feb, 2026 - 10:45

Zaia pronto alla vicesegreteria della Lega, ma solo con veri poteri: retroscena sul dopo Vannacci

Zaia pronto alla vicesegreteria della Lega, ma solo con veri poteri: retroscena sul dopo Vannacci

Ai piani alti della Lega giurano che la riunione convocata nei prossimi giorni servirà a “fare ordine organizzativo”. Tradotto dal leghese stretto: ridisegnare gli equilibri dopo l’uscita di scena di Roberto Vannacci dal ruolo di vicesegretario.
Ufficialmente, nessuna discussione sul successore. Ufficiosamente, il nome circola da settimane nei corridoi di via Bellerio: Luca Zaia.


Il “Doge” tace. E quando Zaia tace, significa che sta trattando


Perché l’operazione non è semplice. Non è una promozione simbolica, non è una medaglia da appuntare al bavero del governatore più popolare del Nord. È una partita politica che riguarda il futuro stesso della Lega e, soprattutto, la ridefinizione dei rapporti di forza interni con Matteo Salvini.


Addio “remigrazione”: la parola che scotta


Un dettaglio lessicale ha fatto drizzare le antenne agli osservatori più attenti: nei documenti preparatori della riunione è sparita la parola “remigrazione”. Cancellata. Evaporata.
Un caso? Difficile crederlo.
Il termine era diventato il marchio identitario dell’area più radicale incarnata da Vannacci. Ma mantenerlo nel lessico ufficiale avrebbe significato alimentare sovrapposizioni, ambiguità e una competizione simbolica che alla Lega, in questa fase, non conviene.
Zaia non è uomo da slogan incendiari. È amministratore, pragmatista, allergico alle bandiere ideologiche troppo vistose. Se davvero dovesse salire al vertice operativo del partito, il segnale sarebbe chiaro: meno parole d’ordine, più governo.
Ecco perché la rimozione del termine suona come una prima concessione preventiva.


Non una poltrona, ma potere vero


Il punto, però, è un altro. E qui il retroscena si fa interessante.
Zaia sarebbe pronto ad accettare la vicesegreteria, ma solo a precise condizioni: poter lavorare “per davvero”. Traduzione: niente ruolo ornamentale, niente incarico pro forma, niente vicepresidenza da foto di gruppo.
Vuole deleghe chiare, spazi di manovra, autonomia nella costruzione della linea politica su territori e amministratori. In sostanza, un ruolo esecutivo e non notarile.
Chi lo conosce racconta che avrebbe già fatto filtrare il messaggio: se deve metterci la faccia, deve poter incidere. Non intende fare da foglia di fico moderata mentre altrove si decidono le strategie.
È una richiesta che pesa, perché implica una redistribuzione di potere interno. E non è un mistero che in alcuni settori del partito l’idea di un Zaia troppo forte susciti più di un malumore.


Il nodo Salvini e la geometria degli equilibri


La questione, alla fine, ruota attorno a Salvini. Il segretario ha bisogno di ricompattare la Lega dopo mesi complicati. L’ipotesi Zaia serve a rassicurare il Nord produttivo, gli amministratori locali, quell’elettorato che guarda con diffidenza alle accelerazioni identitarie.
Ma concedere potere reale al governatore veneto significa anche accettare un contrappeso interno.
Non è un caso che ai piani alti si continui a negare qualsiasi discussione formale sul successore di Vannacci. La linea ufficiale è che “non c’è fretta”. La linea reale è che la trattativa è apertissima.
Zaia, per ora, non parla. Non smentisce, non conferma. Osserva.
E chi lo conosce sa che quando il “Doge” osserva, non lo fa per galanteria istituzionale. Lo fa per capire se la partita vale la candela.


Una scelta che vale più di una nomina


La possibile vicesegreteria di Zaia non è solo un cambio di nome sulla carta intestata. È un segnale politico al Paese e agli alleati di governo. Indica che la Lega può scegliere tra due strade: irrigidirsi nella competizione identitaria o tornare a essere forza di governo territoriale.
Accettare sì, ma con poteri veri. È questa la condizione che filtra.
Se Salvini accetterà, nascerà un nuovo equilibrio interno. Se invece la proposta resterà simbolica, il “Doge” potrebbe restare dov’è: in Veneto, forte del suo consenso, pronto a giocare la sua partita senza timbri romani.
Per ora, la parola d’ordine è una sola: trattativa.
E nella Lega, si sa, le trattative più silenziose sono quelle che contano davvero.

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