12 Feb, 2026 - 11:30

"Lavoreremo da grandi": ritorno alla regia per Antonio Albanese

"Lavoreremo da grandi": ritorno alla regia per Antonio Albanese

 

Poco meno di due anni e mezzo fa, in un periodo in cui mi sentivo schiacciata e annichilita dai pensieri quasi costanti rivolti alla morte, Cento domeniche piombò di colpo nella mia vita, durante una piovosa serata domenicale. E già, il quinto lungometraggio scritto e diretto da Antonio Albanese sembrava giunto proprio per trafiggermi, come una freccia rapidissima che affonda nelle tenere carni di un cervo.

La sceneggiatura, scritta in collaborazione con Piero Guerra, racconta di Antonio (Antonio Albanese), un ex operaio del settore navale, divorziato, devoto alla madre anziana, con la quale condivide un appartamento, e padre di una splendida figlia di nome Emilia (Liliana Bottone), ormai adulta. Quando quest’ultima comunica gioiosamente al papà di volersi sposare con il fidanzato di lunga data, Antonio, felice, si rende disponibile a pagare l’intera cerimonia e il ricevimento. Recandosi in banca però, scoprirà non soltanto che l’istituto finanziario è prossimo al fallimento, ma che i fondi che Antonio aveva acconsentito a investire in obbligazioni sicure sono stati destinati invece a delle azioni, poi risultate rovinose. Ritrovandosi senza alcun risparmio, Antonio sarà colto da un grave stato depressivo e da un’ossessione nei confronti dell’ingiustizia subita, fino a raggiungere conseguenze tragicamente irreparabili.

Il paradosso è che un film come Cento domeniche, crudo, aspro, asciutto nella sua capacità di ferire abilmente, non te lo aspetteresti mai da Albanese, che della comicità ha fatto la base della sua lunga carriera di attore, sceneggiatore, comico, cabarettista e regista. Ricordo ancora quando nel 1997, subito dopo la fine della collaborazione di successo con la Gialappa’s Band nel programma Mai dire Gol, durata dal 1992 al 1996, presentò al pubblico il suo lungometraggio d’esordio Uomo d’acqua dolce. Nonostante all’epoca io avessi solo 7 anni, ancora rammento bene quella pellicola, divertente e bizzarra, perché mia madre acquistò la videocassetta e me la fece vedere. E, apprezzando già Albanese da Mai dire Gol, quel film eccentrico fece da subito breccia nel mio cuore, segnando per me l’inizio di una sorta di affetto, che sentivo e sento tuttora quasi familiare.

Ecco perché forse potrei perdonargli di tutto, anche l’allontanarsi da opere mature come Cento domeniche, scegliendo per il suo ritorno alla regia di spostarsi verso un panorama più commerciale e meno di spessore, dirigendo Lavoreremo da grandi. Immaginatevi Una notte da leoni girato sulle sponde del Lago d’Orta, con un lutto al posto di un imminente matrimonio a dare il via a una serie di inenarrabili sventure.

Siamo in una piccola località del Piemonte, dove Gigi (Antonio Rignanese), un uomo di mezza età senza arte né parte, disoccupato da sempre, ha appena scoperto che la compianta zia, sulla quale faceva affidamento per una somma di danaro da ricevere in eredità, in realtà non gli ha lasciato nulla. Ubriacandosi fino quasi al coma etilico, viene soccorso dai suoi più cari amici: Umberto (Antonio Albanese), anch’esso squattrinato e reduce da due matrimoni fallimentari, con due figli già grandi, e Beppe (Giuseppe Battiston), idraulico, incastrato in un rapporto morboso con la madre, con la quale convive. Ai tre si aggiunge Toni (Niccolò Ferrero), primogenito di Umberto, truffatore pregiudicato, appena uscito dal carcere. La lunga nottata che li attende prenderà delle assurde pieghe tragicomiche.

Scritta anche questa insieme a Piero Guerra, Lavoreremo da grandi è un’opera che si contraddistingue per la coralità compatta di un microcosmo maschile, con la disperazione e il fallimento a fare da collante, che lega tutti i personaggi. Ambientato principalmente in un’automobile e in un appartamento, lo svolgimento narrativo ha un assetto che richiama il teatro. La fotografia, le scenografie e i costumi enfatizzano la parte grottesca, che amplifica il senso di immobilità esistenziale delle figure coinvolte. Sì, perché qui il focus è la rappresentazione di una mascolinità fallimentare, di una stagnazione condivisa che non concede appelli o speranze per il futuro.

Antonio Albanese e Giuseppe Battiston, due assi della recitazione italiana, con una forte e solida impostazione teatrale, entrambi diplomati alla Scuola d'Arte Drammatica “Paolo Grassi” di Milano, sorreggono la scena, che altrimenti crollerebbe per l’inconsistenza di un soggetto non così brillante. Per gli affezionati di Albanese, sarà facile riconoscere nelle bislacche composizioni musicali di Umberto, le bizzarrie musicali di Antonio, protagonista di Uomo d'acqua dolce. In ultimo, che dire, da un artista del genere, arguto e di grande spessore umano, mi aspettavo molto di più. Peccato. 3,2 stelle su 5.

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