09 Feb, 2026 - 11:00

Zoe Trinchero: morire per un no

Zoe Trinchero: morire per un no

C’è un momento preciso in cui una società si tradisce. Accade quando un “no” pronunciato da una donna diventa una colpa, un affronto, una provocazione da punire. Zoe Trinchero aveva 17 anni. È morta perché ha detto no. Non per fatalità, non per destino, ma per l’incapacità di un uomo di accettare la libertà altrui.

Quel no non era una sfida, non era un’umiliazione. Era un confine. Era autodeterminazione. Era il diritto elementare di una ragazza di scegliere per sé. Eppure, ancora oggi, quel diritto continua a essere percepito come un’offesa personale, come una ferita all’ego maschile che pretende di trasformarsi in possesso.

Zoe è morta per il rifiuto della libertà femminile. Per una cultura che educa al desiderio ma non al limite, che confonde l’interesse con il controllo, l’attrazione con il dominio. Il suo “no” era un atto di dignità e, come spesso accade alle donne che non arretrano, è stato punito con la violenza estrema.

Non è una storia isolata. È uno schema antico, ripetuto, che attraversa i secoli. Antigone muore perché dice no a una legge ingiusta. Desdemona viene uccisa perché un uomo non tollera che lei esista al di fuori del suo sospetto. Cambiano i contesti, non la matrice: una donna che afferma sé stessa diventa una minaccia.

Ma questa storia non racconta solo un femminicidio. Racconta anche un altro fallimento collettivo: quello di una comunità che, di fronte all’orrore, ha scelto la scorciatoia più vile — trovare un colpevole facile. Un uomo nero. Fragile. Solo. Diverso.

Prima ancora che la verità emergesse, una folla ha deciso chi doveva pagare. Cinquanta persone sotto una casa. Bastoni. Insulti. “È stato il nero, quello pazzo”. Non giustizia, ma vendetta. Non dolore, ma bisogno di un mostro da esibire per rimettere ordine nel caos. Perché se il colpevole è “l’altro”, allora il mondo torna rassicurante. E noi restiamo innocenti.

Naudy Carbone non c’entrava nulla. È stato linciato simbolicamente perché era il bersaglio più comodo. Il colore della pelle, la fragilità psichica, lo stigma: tutto perfetto per una narrazione tossica che assolve i simili e sacrifica chi è già ai margini.

Zoe è stata uccisa due volte. La prima da chi non ha accettato il suo no. La seconda da una società che, invece di interrogarsi sulle proprie responsabilità, ha preferito urlare contro il diverso.

Dire “no” non può essere una condanna a morte. Né per chi lo pronuncia, né per chi viene accusato senza prove. Finché un rifiuto femminile sarà vissuto come un’onta da lavare col sangue, e finché il pregiudizio sarà più forte della verità, continueremo a contare morti e a cercare colpevoli sbagliati.

Zoe voleva solo essere libera. Non è una richiesta, è un diritto. E non dovrebbe costare la vita.

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