06 Feb, 2026 - 10:37

Giorgi Meloni ora vuole fare presto sulla legge elettorale: la stagione dei compromessi è finita

Giorgi Meloni ora vuole fare presto sulla legge elettorale: la stagione dei compromessi è finita

A Palazzo Chigi tira un’aria diversa. Giorgia Meloni ha deciso che la partita della legge elettorale non può più essere rinviata né annacquata dagli equilibri interni alla maggioranza. Dopo mesi di trattative sotterranee e di rinvii tattici, la premier ha imposto un cambio di passo: modello Regionali, premio chiaro alla coalizione vincente e regole cucite su misura per garantire stabilità al paese. Un progetto che non ammette deroghe, nemmeno se a chiedere cautela si chiamano Matteo Salvini e Antonio Tajani.
Il timore, mai confessato pubblicamente ma ben presente nei ragionamenti del cerchio magico di Fratelli d’Italia, è uno solo: arrivare alle prossime politiche senza una rete di sicurezza e rischiare di non replicare la vittoria del 2022. Da qui la scelta di forzare la mano e mettere gli alleati di fronte a un bivio: seguire la linea della premier o restare ai margini del nuovo assetto.


Il modello Regionali come architrave del potere


L’idea che circola nei corridoi del governo è semplice e radicale: trasformare l’impianto delle elezioni politiche in qualcosa di molto simile a quello che già funziona nelle Regioni. Un sistema che premi in modo netto chi arriva primo e che renda quasi impossibile ribaltare gli equilibri in Parlamento durante la legislatura. Per Meloni significherebbe blindare l’esecutivo, ridurre il peso dei piccoli partiti e, soprattutto, impedire che Lega e Forza Italia possano dettare condizioni come in passato.
Salvini e Tajani lo hanno capito. I malumori sono evidenti, ma lo spazio di manovra è ridotto. La leader di FdI controlla i sondaggi, l’agenda politica e il rapporto privilegiato con Bruxelles. Opporsi apertamente equivarrebbe a rompere la coalizione, un lusso che nessuno dei due può permettersi.


L’obiettivo vero: restare a Palazzo Chigi e poi salire al Quirinale 


Dietro la battaglia tecnica sulla legge elettorale si nasconde un disegno molto più ambizioso. Meloni ragiona in termini di decennio: due legislature piene per ridisegnare gli equilibri dello Stato e salire al Quirinale con un centrodestra egemone. In questo schema, il prossimo Parlamento dovrebbe essere una sorta di fortezza, capace di resistere a crisi, scissioni e ribaltoni.
I fedelissimi raccontano di una premier ossessionata dall’idea di non ripetere gli errori dei governi precedenti, travolti da maggioranze fragili. “Stavolta non facciamo prigionieri”, avrebbe confidato in una riunione riservata, lasciando intendere che chi non si allinea resterà fuori dai giochi.


Il sogno del Quirinale e l’irritazione degli alleati


C’è poi l’ultimo tassello, quello che più agita Lega e Forza Italia: l’ipotesi che sia proprio Meloni a puntare al Colle come primo presidente della Repubblica di centrodestra. Un’idea che circola da mesi e che la nuova legge elettorale renderebbe meno fantascientifica, garantendo numeri solidi per eleggere un capo dello Stato senza dover cercare voti nell’opposizione.
Salvini teme di essere definitivamente ridimensionato, Tajani di perdere l’ultimo potere di interdizione. Ma entrambi sanno che lo scontro frontale sarebbe suicida. Così la resistenza si consuma a bassa intensità, tra emendamenti, distinguo e appelli alla “lealtà di coalizione” che a Palazzo Chigi suonano come formule vuote.


Nessun compromesso: la nuova fase del melonismo


La partita è solo all’inizio, ma la direzione sembra segnata. Meloni non vuole più mediare: pretende una legge elettorale che trasformi la sua leadership politica in architettura istituzionale. Un salto di qualità che cambierebbe volto alla Seconda Repubblica e aprirebbe la strada a un centrodestra a trazione unica.
Per Lega e FI resta una scelta obbligata: adeguarsi o assistere da comprimari alla nascita di un sistema costruito attorno alla premier. Nel retroscena romano si scommette che alla fine prevarrà la disciplina. Perché questa volta, davvero, non ci saranno prigionieri.

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