Sono passati 17 anni dall’uscita di Drag Me to Hell, la disturbante pellicola dell’orrore, scritta e diretta da Sam Raimi, uno dei registi statunitensi più stimati del panorama horror. Da allora, benché si sia occupato di produrre moltissimi film dello stesso genere, si è limitato solo a girare due lungometraggi fantastici: uno per la Walt Disney Pictures, Il grande e potente Oz (2013), e uno per la Marvel Studios, Doctor Strange nel Multiverso della Follia (2022).
Personalmente, l’impressione che ho avuto negli ultimi anni è stata che Raimi, artista visionario, si fosse arenato sui fondali di un abisso oscuro, senza trovare la spinta per poter risalire a galla. Ogni volta che leggevo il suo nome tra i produttori di un nuovo lungometraggio in uscita, avvertivo quasi la sensazione di un uomo stanco e disilluso, che aveva perso del tutto entusiasmo e ispirazione proprio per il lavoro che lo aveva reso celebre e, un tempo, anche felice.
È stato lui stesso a dichiarare in alcune interviste che, dopo aver lavorato come regista per i tre film di Spider-Man — Spider-Man (2002), Spider-Man 2 (2004) e Spider-Man 3 (2007) — si sentiva abbattuto e svuotato, senza la voglia di continuare, non volendo più imporsi progetti “d’obbligo” per questioni economiche o contrattuali. Del resto, Sam Raimi si è fatto conoscere dal grande pubblico grazie alla trilogia dell’orrore La casa — La casa (1981), La casa 2 (1987) e L’armata delle tenebre (1992) — scritta, diretta e prodotta da lui. Da allora, i suoi affezionati lo hanno visto avanzare, mentre danzava a braccetto col cinema, tra successi e flop da dimenticare.
Per questo il suo recente ritorno con Send Help, l’ultimissimo film che vede protagonista l’attrice Rachel McAdams, è come se avesse riportato una ventata di euforia che fa ben sperare in una ripresa artistica sfavillante. Drag Me to Hell e Send Help, seppur due pellicole profondamente diverse, condividono un dettaglio non da poco e parecchio attuale: al centro della narrazione ci sono due donne capaci e intelligenti, alle quali viene negato l’avanzamento di carriera, che era stato loro promesso in precedenza, a causa di un sistema maschilista, dominato da uomini meno competenti.
Entrambe le opere si sviluppano partendo da questo e l’esistenza delle protagoniste cambia irrimediabilmente dopo il mancato riconoscimento dei loro ruoli all’interno dell’azienda, proprio perché vengono scansate da un uomo. Ma se in Drag Me to Hell Christine Brown, interpretata da Alison Lohman, è una ragazza dolce e gentile, vittima delle circostanze, in Send Help la Linda Liddle di Rachel McAdams, se all’apparenza può fare tenerezza, dietro la facciata di donna goffa e sola, in realtà nasconde una personalità ben distante da quella di un agnello sacrificale. E in un certo senso, menomale.
Linda Liddle è un’impiegata esperta, che lavora nel settore strategia e pianificazione in una compagnia di successo. Alla morte del proprietario dell’azienda, il figlio Bradley (Dylan O’Brien) prenderà il comando, decidendo di affidare il posto di vicepresidente al suo ex compagno di college Donovan (Xavier Samuel), anziché rispettare l’accordo di dare l’incarico a Linda. Ciò nonostante, sarà costretto a portare Linda con gli altri dirigenti in un viaggio di lavoro alla volta di Bangkok, ma durante il tragitto l’aereo precipiterà su un’isola deserta.
La sceneggiatura di Send Help, scritta da Damian Shannon e Mark Swift, non è poi così originale; il soggetto della psicopatica “salvatrice” è già stato proposto e riproposto sul grande e sul piccolo schermo, fino alla nausea. Inoltre, ci sono degli ovvi e lampanti richiami al personaggio di Annie Wilkes di Misery, il thriller del 1990, tratto dal romanzo di Stephen King, che ha consacrato la strabiliante attrice Kathy Bates alla figura iconica e inquietante di sociopatica irrecuperabile.
E allora perché Send Help mi è piaciuto così tanto? Anzitutto, perché vanta la solida regia di Raimi, attento minuziosamente ai dettagli più geniali. La fotografia sapiente di Bill Pope, caratterizzata dai contrasti netti, dominati da una palette cromatica sui toni freddi e bruni, ai quali si intervallano accenti sottolineati da tinte forti, come il rosso del sangue, rende le immagini un’esaltante esperienza visiva. Per quanto riguarda le riprese, l’utilizzo del regista di grandangoli spinti enfatizza le emozioni e la percezione psicologica dei personaggi.
L’opera incede tra survival thriller e horror psicologico, in un ritmo teso tra i due protagonisti che, anche quando sembrano abbassare la guardia, mantengono sempre l’occhio vigile. Per quanto io sia una grande appassionata di pellicole impegnate, fortemente drammatiche o d’essai, sono rimasta entusiasta. Send Help è divertente, elettrizzante e molto godibile, con una grandiosa Rachel McAdams, qui quasi irriconoscibile. Questo è uno di quei film che va visto in sala. 4 stelle su 5.