Freddie Mercury ha sempre vissuto con energia e attenzione ai dettagli della vita, dentro e fuori dal palco. La sua morte, avvenuta il 24 novembre 1991, ha segnato la fine di un’epoca per i Queen, per il rock mondiale e anche per la musica globale, ma anche la conclusione di giorni segnati dalla malattia, dalla privacy e dall’affetto dei più stretti.
Negli ultimi momenti, Freddie ha mostrato la sua forza e la sua indipendenza, prendendo decisioni chiare su come affrontare la malattia e la fine della propria vita. Cosa sapere su quale sia stata la causa della sua morte e le ultime parole dette al suo assistente.
Garden Lodge, quel gioiello nascosto tra Kensington e Holland Park, non era solo una casa per Freddie Mercury: era il suo mondo privato, un santuario di marmo nero e opere d’arte dove si rifugiava dal caos del rock.
Negli ultimi giorni del novembre 1991, mentre la broncopolmonite legata all’AIDS lo consumava piano, Freddie ha scelto proprio lì di affrontare la fine con la stessa intensità che riversava sul palco - controllata, dignitosa, senza drammi hollywoodiani. Aveva scoperto la malattia negli anni '80, ma ne ha parlato pubblicamente solo il 23 novembre, liberandosi dal peso del segreto con quel comunicato che ha scioccato il mondo.
"Non voglio essere un peso per nessuno", ha confidato a Peter Freestone, suo assistente e fratello d’anima, rivelando un uomo che, anche nel declino, voleva comunque dettare le regole della sua storia. Quelle giornate sono scorse in una routine curata, lontana dai riflettori.
Freddie si è vestito ogni mattina con eleganza - niente pigiami, solo completi scelti con il suo gusto impeccabile - e ha passato ore con i suoi adorati gatti, accarezzandoli mentre il sole filtrava dalle finestre. Mary Austin, Peter, Jim Hutton il compagno devoto e Joe Fanelli, cuoco e amico, si sono alternati in un abbraccio invisibile: lo hanno aiutato nei movimenti, preparato piatti leggeri, chiacchierato di tutto e niente per strappargli un sorriso.
È stato un ritmo lento, intimo, fatto di risate sommesse e silenzi complici, dove Freddie è rimasto il centro, non un malato, ma un’icona che si congedava dal suo regno.
Poi è arrivata l’alba del 24 novembre. Verso le 5 del mattino, Freddie è scivolato nel coma, un passaggio quieto che i presenti - Mary, Peter, Jim e Joe - hanno accolto con veglia amorevole. Lo hanno coccolato, lo hanno cambiato, lo hanno tenuto stretto fino alle 18:48, quando il cuore si è fermato tra le braccia di Jim e dei suoi più cari. Peter ha rivissuto quel momento con gli occhi lucidi:
Quelle due sillabe racchiudono tutto: gratitudine profonda, un legame forgiato nel tempo, la dignità di un leone che spegne la voce senza lamenti. Freddie non ha cercato applausi finali - il suo show era finito, ma la leggenda no.
Il 23 novembre 1991, il giorno prima della sua morte, Freddie ha parlato al mondo con un comunicato ufficiale: "Desidero confermare di avere l’AIDS… Unitevi a me nella lotta contro questa terribile malattia". Non ci sono stati drammi, solo la volontà di usare la propria fama per sensibilizzare sul tema e incoraggiare supporto e ricerca. Jim Hutton ha raccontato che Freddie ha affrontato gli ultimi giorni con serenità e discrezione, senza alcun eccesso.
Anita Dobson, moglie di Brian May, ha ricordato un presagio pronunciato sei mesi prima: "Quando non potrò più cantare, sarà il momento di morire". La voce, strumento vitale di Freddie, ha segnato anche il limite del corpo e del tempo.
Molti miti e racconti sensazionalistici - come presunte richieste bizzarre legate ai bisogni corporei - non trovano conferma in fonti primarie. La verità è che Freddie ha scelto privacy, attenzione ai dettagli e una fine dignitosa, circondato da chi gli voleva bene.
La morte di Freddie Mercury ha dato vita a un’eredità concreta e duratura. Poco dopo la sua scomparsa è nato il Mercury Phoenix Trust, un’organizzazione benefica dedicata alla lotta contro l’AIDS, alla ricerca, alla prevenzione e all’educazione.
La fondazione ha ricevuto anche i proventi della riedizione di "Bohemian Rhapsody", continuando il messaggio di Freddie: anche dopo la sua morte, la musica e la sensibilizzazione sociale rimangono centrali.
Il Mercury Phoenix Trust è ancora oggi un punto di riferimento nella lotta contro l’AIDS. Come ha spiegato Brian May:
La fondazione mantiene viva la memoria di un artista unico, capace di unire talento, cura degli altri e decisioni chiare fino all’ultimo giorno.