C’è un silenzio assordante che cala quando le luci della cronaca nera si spengono, ma le tastiere continuano a picchiare, implacabili e feroci. La tragedia di Claudio Carlomagno, che ha spezzato la vita di sua moglie in un atto di violenza incomprensibile, ha trascinato con sé un’onda d’urto che non si è fermata al perimetro del crimine. Ha travolto due persone che, fino a pochi giorni prima, erano il ritratto della dignità: i suoi genitori. Oggi, però, quel silenzio è diventato definitivo. I genitori di Claudio si sono tolti la vita. Non hanno retto. Non hanno potuto. E mentre i loro corpi giacciono nel freddo di una tragedia moltiplicata, noi, come società, abbiamo l’obbligo morale di guardare le macerie che abbiamo contribuito a sollevare.
Stimati professionisti, persone "perbene" nel senso più autentico del termine, si sono ritrovati improvvisamente catapultati dall’onorata quotidianità all’inferno della pubblica piazza. Ma non è stata una piazza fisica, fatta di sguardi bassi al mercato: è stata la piazza virtuale, quella dove il commento è una ghigliottina e l’empatia è considerata un errore di sistema. “Avete generato un mostro.”
È questa la frase, ripetuta come un mantra velenoso sotto ogni post, ogni articolo, ogni foto di famiglia. Un’accusa che ha scavato un solco insanabile nell’anima di due genitori già devastati. C’è un’angoscia sottile e perversa nel sentirsi imputati per un sangue che è lo stesso, ma che ha preso strade oscure. La gogna mediatica non accetta sfumature: per il “popolo del web”, il peccato del figlio è la prova del fallimento della radice. Si dimentica, con una crudeltà che spaventa, che l’educazione è un seme, ma il terreno della mente umana è un mistero che a volte sfugge a ogni logica familiare.
La scelta di farla finita non è stata un atto di codardia, ma l’urlo muto di chi non riesce più a respirare in un mondo che ti punta il dito contro mentre stai già annegando nel tuo stesso lutto. Il suicidio è diventato l’unica via d’uscita da un dolore che non era più solo privato, ma reso pubblico, distorto e sputato fuori con odio. Quando il dolore per la nuora uccisa e per il figlio perduto si è mescolato alla vergogna indotta da estranei, il peso è diventato insostenibile. Il sentirsi additati come “i genitori dell’assassino” ha annientato il loro diritto al dolore.
In questo scenario di macerie, il loro malessere era diventato una nebbia fitta, capace di oscurare persino l’istinto di protezione verso quel nipote rimasto solo. Se i nonni sono arrivati a un gesto così estremo, è perché la pressione esterna ha agito come una pressa idraulica sulla loro psiche già fragile: hanno scelto il buio eterno per sfuggire al riverbero accecante del giudizio altrui. Dobbiamo dircelo chiaramente: stiamo sbagliando tutto.
Siamo una società che ha scambiato la libertà di espressione con il diritto alla lapidazione. Il tema della colpa ereditaria ha radici antiche, ma avevamo creduto di averlo superato. Nella Bibbia, Ezechiele scriveva che “il padre non pagherà per l’iniquità del figlio”. Un principio di civiltà che oggi è stato cancellato da un algoritmo d’odio.
Dovremmo farci tutti un esame di coscienza profondo. Ogni volta che digitiamo un insulto, ogni volta che “condividiamo” una condanna sommaria, stiamo armando la mano di chi è già sull’orlo del baratro. Le parole fanno male. Le parole uccidono. Gli insulti non sono “sfoghi”: sono colpi di martello su cristalli già incrinati. Rendono le persone più fragili, più sole, più disperate.
Oggi quel bambino, il figlio di Claudio, eredita un deserto. Non porta solo il trauma di una madre uccisa e di un padre carnefice, ma anche il vuoto di due nonni che la collettività ha contribuito a spingere oltre il ciglio del burrone.
Dobbiamo fermarci. Dobbiamo capire che dietro un profilo social c’è una responsabilità morale che non scade mai. I genitori di Claudio Carlomagno meritavano il silenzio del rispetto e il tempo del lutto, non il rumore del giudizio universale improvvisato da chi non conosce nulla della vita altrui.
La colpa non è ereditaria, ma l’odio, purtroppo, è diventato il virus più contagioso del nostro tempo. Se non impariamo a tacere davanti al dolore altrui, saremo tutti complici della prossima vita che si spezza sotto il peso del nostro giudizio.