All’inizio sembra un’estate come tante, fatta di corse, sfide inventate e promesse di amicizia eterna, ma basta pochissimo perché tutto cambi.
L’ultima volta che siamo stati bambini parte come un racconto di formazione leggero e si trasforma rapidamente in un viaggio emotivo dentro uno dei momenti più bui della storia italiana.
Con "L'ultima volta che siamo stati bambini" Claudio Bisio sceglie di raccontare la Shoah a Roma attraverso lo sguardo di quattro bambini che non capiscono davvero cosa stia succedendo, ma sentono che qualcosa di terribile sta portando via uno di loro.
Ed è proprio da lì che nasce la missione più grande che abbiano mai immaginato: seguire i binari del treno per riportare a casa l’amico scomparso, con l’ostinazione tipica di chi non ha ancora imparato a rinunciare. Ecco cosa sapere sulla trama, il finale e dov'è stato girato il debutto alla regia di Claudio Bisio.
Italo vive sotto l’ombra pesante di un padre federale fascista che lo umilia di continuo e lo paragona al fratello maggiore Vittorio, soldato e modello di obbedienza.
Cosimo cresce con il nonno e con il fratellino, segnato dalla perdita della madre e dall’allontanamento del padre, mandato al confino per aver insultato il Duce.
Vanda vive in convento ed è seguita con affetto da Suor Agnese, mentre Riccardo ha una famiglia ebrea che cerca di restare invisibile in una città sempre più pericolosa.
Quando scatta la deportazione degli ebrei romani, Riccardo sparisce da un giorno all’altro. I bambini non ricevono spiegazioni vere, solo frasi vaghe su un trasferimento in Germania, e per loro questo significa una cosa sola: Riccardo va riportato indietro.
Così decidono di seguire i binari, convinti che basti camminare abbastanza per ritrovarlo. Il viaggio li porta davanti a una realtà che non assomiglia più ai giochi di guerra: incontrano cadaveri, famiglie affamate, soldati pronti a sparare senza fare domande.
Arrivano perfino ad accettare di uccidere il loro galletto portafortuna per sfamare una famiglia in difficoltà, un momento che segna il primo vero distacco dall’infanzia. Nel frattempo, Vittorio e Suor Agnese li cercano, finiscono scambiati per sovversivi e rischiano la fucilazione.
I bambini, trovandosi davanti alla scena dell’esecuzione, riescono a spiegare l’equivoco e a salvarli, e proprio lì Italo smette di vedere il fratello come un rivale e inizia finalmente a sentirlo come un alleato.
Alla stazione, mentre tutti si preparano a tornare a Roma, arriva un convoglio diretto ai campi di concentramento. Italo capisce che quello è il treno su cui potrebbe esserci Riccardo e prende una decisione che spezza il gruppo: sale sul vagone fingendosi un bambino ebreo, convinto di poterlo liberare dall’interno.
La voce narrante di Cosimo, ormai adulto, racconta però una verità devastante: quando loro partono per salvarlo, Riccardo è già morto. Il sacrificio di Italo non cambia il destino dell’amico, ma diventa il gesto che più di tutti rappresenta la purezza e la follia dell’infanzia davanti all’orrore.
Di Italo non si sa più nulla, perché non risulta in nessun registro, e il suo nome resta fuori dalla storia ufficiale. Anni dopo, Vanda e Cosimo, ormai sposati, tornano nella stessa stazione con la nipotina e spiegano che quello è il luogo in cui sono stati bambini per l’ultima volta.
Non è solo una frase nostalgica, ma la presa d’atto che da quel momento in poi la vita ha smesso di essere un gioco.
Le prime sequenze sono ambientate a Roma e ricreano l’atmosfera della città sotto il controllo fascista, tra cortili, strade popolari e quartieri segnati dalla presenza militare.
Il viaggio dei bambini si sposta poi in Toscana, tra le province di Siena e Grosseto, con numerose scene lungo la linea ferroviaria Asciano–Monte Antico, scelta proprio per il suo aspetto rimasto molto simile a quello degli anni Quaranta.
Alcune sequenze passano dalla stazione di Sant’Angelo-Cinigiano e dai dintorni di Buonconvento, che diventano tappe simboliche del percorso verso una destinazione che nessuno di loro comprende davvero.
I paesaggi aperti, le campagne e le colline rendono ancora più forte il contrasto tra la bellezza dell’ambiente e la tragedia che incombe, creando quell’effetto da fiaba spezzata che accompagna tutto il film.
Per Claudio Bisio questo film segna il debutto alla regia, e la scelta di partire da una storia con protagonisti bambini non è casuale.
Il punto di vista infantile permette di affrontare temi enormi come deportazioni, propaganda e violenza senza cadere nella retorica, ma mostrando la guerra per quello che è: qualcosa di incomprensibile e assurdo per chi la subisce senza strumenti per interpretarla.
La sceneggiatura insiste molto sulle dinamiche familiari: il rapporto tossico tra Italo e il padre, la solitudine di Cosimo, il sogno di Vanda di trovare finalmente una famiglia, la normalità fragile di Riccardo prima della deportazione.
Tutti elementi che rendono ancora più doloroso il distacco e che trasformano la storia in un racconto sull’identità, sull’appartenenza e sul bisogno disperato di non sentirsi soli, anche quando il mondo sembra crollare.