23 Jan, 2026 - 18:24

Return to Silent Hill: un live-action che gioca in difesa

Return to Silent Hill: un live-action che gioca in difesa

A vent’anni di distanza da Silent Hill, celebre film diretto dal regista Christophe Gans, il filmmaker francese ci catapulta nuovamente nella città fantasma più amata del mondo videoludico.

Fin dall’annuncio alla Transmission dedicata al brand targato Konami, la curiosità attorno a Return to Silent Hill è sempre rimasta alta da parte del pubblico, degli appassionati e dei semplici curiosi.

Il videogioco, uscito nel 2001 per PlayStation 2, è ancora oggi una perla miliare dei survival horror e oggetto di dibattito per l’alone di mistero lasciato dal Team Silent, gli sviluppatori dell’epoca, attorno al progetto, alla trama e al background dei personaggi.

Questo ritorno nella città della nebbia era realmente necessario o, forse, sarebbe stato opportuno attendere un budget più alto e una sceneggiatura più corposa?

Return to Silent Hill: troppa caratterizzazione e poco mistero

È vero, i tempi sono cambiati e alcuni spettatori — come nel classico schema “Netflix” — sembrano aver bisogno che la trama di un film venga ripetuta più volte dai personaggi nel corso dell’opera.

In Return to Silent Hill, questa tendenza emerge soprattutto nella gestione di James Sunderland, interpretato da Jeremy Irvine, e di Mary Crane, a cui presta il volto Hannah Emily Anderson.

Un’eccessiva caratterizzazione dei protagonisti, ad onor del vero, finisce per smorzare quell’atmosfera di mistero e curiosità che rappresentava uno dei principali punti di forza del videogioco del 2001.

James, nel Silent Hill 2 originale, è un uomo ordinario, anonimo e tormentato da un profondo senso di colpa, una figura volutamente sfuggente e distante anche dalla visione più “jim-morrisiana” proposta da Gans.

Nel gioco, la mancanza di spiegazioni dirette non è un difetto, ma una scelta precisa: il mistero è al centro dell’esperienza e la narrazione suggerisce più di quanto mostri, lasciando al giocatore il compito di interpretare ciò che vede.

Estetica e produzione: 2006 vs 2026

Il confronto con il film del 2006 è inevitabile anche sul piano produttivo. Se il primo Silent Hill, sempre diretto da Christophe Gans, poteva contare su un budget di circa 50 milioni di dollari, Return to Silent Hill si muove su cifre decisamente inferiori, stimate tra i 20 e i 23 milioni.

Una differenza che si avverte. Se da un lato il regista continua a costruire veri e propri quadri visivi — in linea con le note ispirazioni pittoriche di Francis Bacon, care sia a Gans sia all’immaginario del videogioco — dall’altro la CGI risulta spesso preponderante, lasciando una marcata sensazione di green screen.

Nel primo capitolo cinematografico, invece, fu proprio il mix tra scenografie reali e CGI, unito alla presenza di ambienti ampi e tangibili, a restituire un’atmosfera più autentica e maggiormente legata all’esperienza del videogioco.

Personaggi e creature: fedeltà a metà

Lascia perplessi l’utilizzo di alcuni personaggi chiave della storia: alcuni compaiono a mo’ di cameo, senza restituire minimamente la loro funzione come nel videogioco.

Uno di questi è Eddie, interpretato da Pearse Egan, presente solo per pochi attimi e probabilmente nel modo meno efficace possibile. Il personaggio di Mary viene invece associato a un culto, fungendo da collante tra il film del 2006 e l’attuale, ma senza apportare nulla di realmente utile alla narrazione.

Anche Pyramid Head risulta ridotto a un’ombra del protagonista, con appena due momenti degni di nota; la celebre presenza dei due Pyramid Head, centrale nel simbolismo di Silent Hill 2, è stata totalmente ignorata dal contesto.

Fedeltà visiva e richiami al videogioco

Va comunque riconosciuto come Christophe Gans sia stato estremamente abile nel ricreare alcune sequenze del videogioco in modo quasi identico, dimostrando non solo una profonda conoscenza, ma anche un sincero rispetto per il materiale originale.

L’introduzione, infatti, è pressoché identica a quella di Silent Hill 2: dalla scena dell’arrivo a Silent Hill ai bagni pubblici, con l’unica variazione rappresentata da un cambio di angolazione nella discesa verso la città attraverso i boschi.

Ottima anche la resa delle infermiere, visivamente disturbanti e fedeli all’immaginario originale grazie a un make-up curato e d’impatto.

Convince allo stesso modo la presenza del Lying Figure, il mostro capace di sputare veleno dalla bocca, riproposto con una messa in scena coerente con il design del videogioco

Mary, Maria e Angela Orosco: una complessità ridotta

Nel Silent Hill 2 originale, Mary e Maria non sono semplici personaggi funzionali alla trama, ma rappresentano due poli fondamentali della psiche di James: la perdita, la colpa e la tentazione.

Il loro rapporto, volutamente ambiguo e mai del tutto spiegato, è uno degli elementi che alimentano il mistero e la forza simbolica del racconto.

In Return to Silent Hill, questa complessità viene fortemente ridotta, con una semplificazione che appiattisce il significato dei personaggi e ne indebolisce l’impatto emotivo e narrativo.

Fa parzialmente eccezione Angela Orosco, interpretata da Eve Connolly, l’unico personaggio realmente ben definito, anche grazie alla presenza dell’Abstract Daddy, uno dei pochi momenti in cui il film riesce ad avvicinarsi al peso simbolico e psicologico del videogioco.

Probabilmente, l’assenza della celebre frase legata all’inferno priva la scena di quel tocco in più che avrebbe potuto renderla davvero incisiva.

La colonna sonora di Akira Yamaoka

Oltre ai brani più riconoscibili, la colonna sonora lavora efficacemente anche sui silenzi, sui rumori ambientali e sulle distorsioni sonore, elementi fondamentali per costruire tensione e disagio.

Un approccio che richiama direttamente il Silent Hill videoludico, dove il suono non accompagna semplicemente le immagini, ma diventa parte integrante dell’esperienza e della narrazione.

È proprio in questi momenti sonori che il film riesce, almeno a tratti, a recuperare quell’inquietudine sottile che aveva reso memorabile il titolo originale.Le conclusioni

Return to Silent Hill: un live-action che gioca in difesa

Return to Silent Hill non è un disastro, ma è un film che gioca in difesa. Tenta di accontentare i fan, senza però osare davvero.

Nel farlo, però, perde proprio ciò che rendeva Silent Hill unico: la capacità di non spiegare, di insinuare, di inquietare attraverso ciò che resta fuori campo.

In un’epoca in cui tutto deve essere spiegato, il mistero finisce per perdere la sua essenza, lasciando lo spettatore senza domande e senza una reale curiosità da coltivare.

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