23 Jan, 2026 - 14:31

Ddl stupri, la legge che doveva unire contro la violenza sulle donne spacca il Parlamento

Ddl stupri, la legge che doveva unire contro la violenza sulle donne spacca il Parlamento

Sul ddl stupri è scontro politico aperto tra maggioranza e opposizione. Dopo la presentazione del nuovo testo ieri, le opposizioni hanno accusato la maggioranza di aver snaturato l’intervento legislativo, frutto di un accordo politico tra la presidente del Consiglio Giorgia Meloni e la segretaria del Partito democratico Elly Schlein.

Le due leader, lo scorso novembre, avevano trovato un’intesa su una nuova formulazione del reato, con l’obiettivo di rafforzare la tutela delle donne nei casi di violenza sessuale. Già allora, tuttavia, l’obiettivo di arrivare a un’approvazione bipartisan del disegno di legge era naufragato, perché dalla maggioranza – e dalla Lega in particolare – erano emerse critiche sul concetto di “consenso libero e attuale”, principio posto a fondamento del nuovo impianto legislativo.

Ora l’intesa è, nei fatti, saltata definitivamente: la nuova formulazione presentata ieri a sorpresa dalla presidente della commissione Giustizia, Giulia Bongiorno – dalla quale è scomparso il riferimento al “consenso” – ha fatto insorgere le opposizioni, che hanno denunciato non solo il passo indietro, ma anche il tradimento dell’impegno assunto dalla premier Meloni.

Violenza sessuale, cosa cambia nella nuova formulazione

Nella nuova formulazione, il disegno di legge contro i reati di violenza sessuale punisce “chiunque, contro la volontà di una persona, compie nei confronti della stessa atti sessuali ovvero la induce a compiere o subire i medesimi atti”, con la reclusione da quattro a dieci anni. La volontà contraria all’atto sessuale è “valutata tenendo conto della situazione e del contesto in cui il fatto è commesso”.

L’atto sessuale è ritenuto contrario alla volontà della persona “anche quando è commesso a sorpresa, ovvero approfittando dell’impossibilità della persona stessa, nelle circostanze del caso concreto, di esprimere il proprio dissenso” – passaggio questo al centro delle polemiche.

Nessuna variazione delle pene rispetto alla formulazione precedente: la reclusione resta da sei a dodici anni se il fatto è commesso mediante violenza o minaccia, abuso di autorità, ovvero approfittando delle condizioni di inferiorità fisica o psichica della persona offesa.

Dal consenso al dissenso: il nodo giuridico del 609-bis

Nella nuova formulazione dell’articolo 609-bis il perno non è più il concetto di consenso, ma quello di dissenso. Il riferimento al “consenso libero e attuale” previsto dal testo bipartisan di novembre viene infatti completamente eliminato. Come ricordato, proprio le polemiche su questo concetto avevano frenato l’approvazione del disegno di legge. Dalla maggioranza c’era chi riteneva che il “consenso libero e attuale” ponesse problemi sul piano giuridico, configurando una possibile inversione dell’onere della prova a carico dell’imputato.

Secondo la presidente della commissione Giustizia, Giulia Bongiorno, che ha revisionato il testo, il cambiamento presentato ieri non sminuisce la protezione accordata dal legislatore alla vittima di violenza, ma anzi “aggiunge un altro importante tassello nella lotta di genere contro il femminicidio”.

Per Bongiorno, infatti, la nuova norma “mette al centro la tutela della donna, sottolineando che ogni atto contro la volontà della vittima è violenza sessuale”, senza tuttavia “pregiudicare le dinamiche probatorie tipiche del processo penale e il diritto di difesa dell’imputato”. “La tutela è a 360 gradi”, ha concluso la senatrice, respingendo le critiche.

Opposizioni all’attacco di Meloni

Di diverso avviso le opposizioni che, sulla nuova formulazione del ddl stupri, hanno reagito duramente. Con una nota unitaria, i capigruppo di Pd, Movimento 5 Stelle, Alleanza Verdi e Sinistra, Italia Viva e Azione hanno denunciato la rottura del patto politico tra maggioranza e opposizione, peraltro su un terreno delicatissimo come quello della “libertà e dell’autodeterminazione della donna”.

Secondo i partiti di opposizione, oltre alla rottura di un risultato definito “alto e condiviso” raggiunto dal Parlamento, l’effetto più grave è rappresentato dall’“arretramento” rispetto a una norma che aveva “avvicinato l’Italia agli standard più avanzati del diritto e delle convenzioni internazionali”. “La volontà non è consenso”, scrivono i capigruppo: per questo, “offuscare questa distinzione significa fare un passo indietro e indebolire la tutela delle donne”.

Perché le opposizioni insistono sul consenso

A spiegare il perché è la senatrice Pd Anna Rossomando, intervistata dal Corriere: “Il concetto di consenso è un’innovazione che lascia comunque all’accusa pubblica l’onere di dimostrare se ci sia stato o meno. Tornare al concetto di volontarietà significa invece che il dissenso deve essere visibile, significa che è la vittima a dover dimostrare che c’è stato il suo dissenso. Viene così capovolto l’impianto e si torna alla colpevolizzazione della vittima”.

“Così non possiamo assolutamente votarlo. Ci aspettiamo delle risposte e, soprattutto, di sapere cosa pensa la premier Meloni, che sul testo approvato alla Camera aveva fatto un accordo”, ha poi detto la dem, chiudendo al nuovo testo.

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