Il 9 ottobre 2020 Roberta Repetto morì a causa di diffuse metastasi all'ospedale San Martino di Genova. Due anni prima, sul tavolo della cucina del centro olistico Anidra di Borzonasca, il medico bresciano Paolo Oneda le aveva asportato - senza procedere ad alcun esame istologico - un neo sanguinante, risultato successivamente essere un melanoma.
Nell'aprile del 2025, dopo un travagliato iter giudiziario, la Corte d'Assise d'Appello di Milano aveva assolto Oneda dall'accusa di omicidio colposo, escludendo un nesso causale fra l'intervento e il decesso della donna e sostenendo che il rifiuto di sottoporsi a cure tradizionali fosse una sua scelta autonoma. Una ricostruzione che la famiglia di Roberta ha sempre contestato.
Il legale che assiste i familiari, l'avvocato Paolo Florio, aveva quindi presentato un nuovo ricorso in Cassazione. Ieri, 20 gennaio 2026, la svolta.
ha scritto Rita Repetto in un comunicato stampa.
La decisione avrà effetti esclusivamente sul piano civile, poiché il ricorso è stato presentato dalla famiglia in autonomia, senza il sostegno della Procura generale, che non ha cioè impugnato la sentenza dell'Appello bis. "Se lo avesse fatto, oggi saremmo probabilmente di fronte a un accertamento anche penale. Un po' di amarezza quindi resta", ha ribadito Rita a Tag24.
Per la morte della 40enne sono già stati assolti, con sentenza definitiva, il presidente del centro olistico Paolo Bendinelli, e l'ex legale rappresentante Maria Teresa Cuzzolin. Il primo, secondo le ricostruzioni, sarebbe stato presente - insieme all'allora vice Paola Dora, di professione psicologa, anch'essa assolta - all'intervento eseguito da Oneda.
Era il 2018. Ma l'avvicinamento ufficiale di Roberta al centro si era verificato una decina di anni prima. "Quella realtà è stata definita dalla Procura di Genova e dalle perizie dell’accusa una psico-setta", afferma Rita. "Mia sorella era stata manipolata. Quando, dopo l'intervento, iniziò ad avere dolori, le fu consigliato di bere tisane, fare bagni nel fiume, meditare".
Secondo lei, insomma, Roberta poteva essere salvata. "Mia sorella non voleva morire, ne sono certa", ribadisce Rita. "Quando ricevette la diagnosi accettò le cure e il ricovero, solo che ormai era troppo tardi".
Ormai diversi anni fa la donna ha fondato l'associazione "La pulce nell'orecchio", impegnata nel contrasto alla violenza psicologica e alla manipolazione mentale. "L'obiettivo è aiutare le persone, soprattutto i più giovani, a riconoscere i segnali di una dinamica settaria", spiega.
"L'isolamento dagli affetti, i cambiamenti improvvisi nello stile di vita, la venerazione di figure carismatiche, le risposte evasive: sono tutti campanelli d'allarme a cui prestare attenzione e che ho notato anche in mia sorella".
Proprio oggi Rita ha incontrato gli studenti di una scuola di Firenze. "Non potevo tenere per me tutto ciò che ho imparato - conclude - Raccontare la storia di Roberta serve a proteggere gli altri. Non voleva morire - lo ripeto - e la sua voce oggi passa attraverso il nostro impegno".