Il 9 gennaio 2026 non è solo una data sul calendario della cronaca nera; è il momento in cui la violenza più cieca ha bussato alla porta di una casa normale ad Anguillara Sabazia, spegnendo la vita di Federica Torzullo, 41 anni, ingegnera e funzionaria delle Poste. Una donna determinata, che non cercava il conflitto, ma solo il diritto fondamentale di tornare a respirare.
Le notizie che arrivano dalla Procura di Civitavecchia delineano un quadro di una brutalità che toglie il fiato. Federica non è morta per un gesto d'impeto maldestro. È stata “colpita al volto con ferocia”, come ha descritto il procuratore con parole che pesano come macigni. Un colpo inferto per cancellare l'identità, per punire quella determinazione che non si piegava più al controllo altrui.
L’impianto accusatorio è un mosaico di indizi agghiaccianti. Tracce di sangue sono state rinvenute ovunque: nelle mura domestiche, nell'auto di famiglia e negli spazi della ditta di trasporti. Secondo la ricostruzione, il marito, Claudio Carlomagno, l'avrebbe uccisa in casa tra le ultime ore dell’8 gennaio e le prime luci del mattino. Poi, l'orrore finale: il corpo caricato in macchina, portato nel piazzale dell'azienda e colpito ripetutamente con la benna di una ruspa, nel tentativo disperato di distruggere non solo la sua vita, ma la sua stessa dignità, cercando di renderla irriconoscibile attraverso il fuoco. L'uomo, davanti agli inquirenti, ha scelto il silenzio, avvalendosi della facoltà di non rispondere.
In questo buio pesto, brilla un unico punto di luce, tanto luminoso quanto doloroso: l’ultimo pensiero di Federica. Un messaggio inviato a sua madre, ma interamente dedicato a suo figlio di 10 anni. Gli inquirenti ipotizzano possa essersi trattato di un depistaggio orchestrato dall'assassino, ma chi conosceva Federica sa che, anche se quelle parole fossero state manipolate, la verità profonda non cambia: il suo ultimo battito di cuore non poteva che essere per il suo bambino.
Mentre la sua esistenza veniva minacciata, mentre il mondo le crollava addosso sotto i colpi di chi avrebbe dovuto proteggerla, l'anima di Federica era già altrove, a fare scudo attorno al centro del suo universo. Quel messaggio, autentico o rubato che sia, resta il simbolo di un legame che nessuna ruspa e nessun fuoco potranno mai incenerire. È il testamento spirituale di una madre che, nell'ora più buia, ha cercato di tendere un'ultima mano verso il suo piccolo.
Oggi l'Italia conta un altro orfano di femminicidio. Un bambino di soli dieci anni che, da un giorno all'altro, perde tutto: la madre per mano del padre. È un’età in cui si dovrebbe imparare a correre liberi nei prati, non a camminare sopra l'abisso di un'assenza voragine. Questo piccolo uomo porterà con sé un vuoto che peserà per sempre, un silenzio nelle stanze di casa che nessuna parola potrà mai riempire.
Ma quel messaggio resterà lì, come un filo invisibile teso tra la terra e il cielo. Sarà la prova, quando diventerà grande, che sua madre lo ha amato fino all'ultimo respiro, che lui è stato il suo ultimo pensiero consapevole prima che il buio diventasse totale.
Dobbiamo dirlo con forza: Federica non è morta perché voleva separarsi. La separazione non uccide. La volontà di rinascere accanto a un altro uomo non uccide. A uccidere è stata l'incapacità di un uomo di accettare che una donna non è una proprietà, ma un essere umano libero.
I genitori di Federica avevano capito subito: “Ci siamo resi conto che le era successo qualcosa”. Quel sesto senso che solo l'amore più puro possiede aveva avvertito il gelo prima di ogni indagine. Ora resta il dolore inaccettabile di una famiglia distrutta e il dovere di una società che non può più voltarsi dall'altra parte. Dobbiamo tendere le mani prima che il sangue scorra, prima che un altro bambino resti solo a guardare il posto vuoto a tavola.
Che la terra ti sia lieve, Federica. E che a tuo figlio arrivi tutto l'amore del mondo, per tentare di medicare una ferita che non smetterà mai di bruciare.

Tiziana Ciavardini
Direttore Canale 122