Nel calcio meglio due protagonisti in campo, come Malen e Fullkrug, che due allenatori “giochisti”. E si mettano l’animo in pace quei paladini del “merito” che agitano i social come bambini che gridano “non è giusto!”. Da anni costoro alimentano la sterile divisione tra chi invoca il bel gioco e chi idolatra il risultato. Nel 2026 la discussione è ancora lì, figlia di un dibattito che sembrava finito con l’arrivo degli algoritmi ma continua a incendiare le opinioni online.
Gli algoritmi non segnano: lo fanno gli attaccanti. L’ultima giornata di campionato lo ha ricordato chiaramente. L’Inter domina perché ha alternative vere a Lautaro e Thuram, anche giovani come Pio e Bonny, migliori dei vari Arnautovic o Correa. Il Milan ritrova solidità con Fullkrug, il Napoli cerca un vice Hojlund dopo la delusione Lucca e il mancato ritorno di Lukaku. Alla fine, senza un numero 9 vero, non si va lontano.
La Roma del Gasp vola grazie a Malen, ma la Juventus spallettiana rimane impantanata nella fede cieca in David, simbolo dell’era degli algoritmi di Comolli. Ormai è chiaro a tutti: con David non si vince. Serve un colpo che restituisca concretezza, come Openda o Mateta del Crystal Palace, anche se costa 40 milioni. Un investimento più necessario che folle, per evitare che Spalletti resti prigioniero della nostalgia di Osimhen.
La Roma ha superato la Juve nella corsa alla Champions, e il prossimo scontro diretto contro il Napoli di Conte potrebbe essere decisivo. Intanto il Milan, dato per spacciato dopo Firenze, si è rilanciato con due vittorie di “culo” e di “corto muso”, come dicono i soliti agitatori dei social. Ma il calcio resta bello proprio per questo: per chi lo gioca, non per chi lo divide tra “giochisti” e “risultatisti”.