Ci basta udire il suo nome per sentire il fuoco della samba: Toquinho ha firmato brani amatissimi come “La voglia, la pazzia, l’incoscienza, l’allegria” (1976), “Samba de Orly” (1970) e “Que Maravilha” (1970), diventando sempre più familiare anche per il pubblico italiano. Si è esibito per decenni all’insegna della musica popolare brasiliana e ha portato in Europa e in Italia un suono caldo, intimo, che nessuno dimentica. Il chitarrista sopraffino, amico e collaboratore di Ornella Vanoni e autore instancabile degli anni Settanta, ha anche delle radici familiari che riguardano l’Italia.
Partiamo dall’inizio.
Toquinho nasce come Antonio Pecci Filho a San Paolo, in Brasile, il 6 luglio 1946, ed è quindi oggi un artista di 79 anni, abbondantemente oltre i sessant’anni di carriera, ancora attivissimo tra dischi e tournée internazionali. Il suo nome d’arte nasce da un vezzeggiativo affettuoso: da bambino, infatti, veniva chiamato Toninho, ma fu la madre a trasformare quel nomignolo in “Toquinho”, notando i suoi primi passi di danza. Gli ha praticamente scelto il nome d’arte.
Le origini del cognome Pecci ci dicono molto sull’Italia: il nonno paterno era infatti originario di Toro, un piccolo centro del Molise, mentre la nonna paterna proveniva dalla Calabria; i nonni materni erano invece mantovani. I genitori di Toquinho erano brasiliani di nascita, ma cresciuti in Italia.
Toquinho si avvicina al mondo della musica italiana alla fine degli anni Sessanta, quando lascia il Brasile anche per sfuggire al clima oppressivo della dittatura militare e approda in Europa insieme a Chico Buarque. È proprio qui che l’Italia diventa una seconda casa, una patria artistica, un luogo di incontri decisivi e collaborazioni che poi si trasformeranno in sodalizi duraturi nel tempo.
La sua prima incisione in Italia è datata 1969: suona nel disco “La vita, amico, è l’arte dell’incontro”, progetto di Sergio Endrigo con Vinícius de Moraes e Giuseppe Ungaretti che mette insieme poesia, canzoni e raffinati arrangiamenti. Inizia da qui a lavorare intensamente con Sergio Endrigo, Sergio Bardotti, Luis Bacalov e altri artisti italiani.
Nel corso degli anni Settanta, dopo un breve rientro in Brasile, Toquinho torna ancora una volta in Italia, dove lo raggiunge Vinícius de Moraes e dove moltiplica concerti, incisioni e collaborazioni, anche con Ornella Vanoni.
Se c’è un tratto distintivo fortissimo nell’arte di Toquinho, sono le collaborazioni con gli artisti italiani: nel 1970 collabora con Ennio Morricone per l’album “Per un pugno di samba” di Chico Buarque, mettendo insieme bossa nova e arrangiamenti orchestrali.
Ma è il sodalizio con Ornella Vanoni a renderlo ancora più noto al grande pubblico. Per lei firma e interpreta “La voglia, la pazzia, l’incoscienza, l’allegria” (1976), brano che lui stesso ricorda come una delle interpretazioni femminili più riuscite della sua produzione e che resta un classico assoluto delle collaborazioni italo-brasiliane.
Nel 1983 arriva il successo di “Acquarello”, scritto con Maurizio Fabrizio e Guido Morra e accolto molto bene sia in Italia sia in Sudamerica, mentre negli anni Novanta Toquinho arriva al Festival di Sanremo cantando in portoghese “Ringrazio Dio” di Paola Turci e partecipa a tournée con Fred Bongusto, fino ai concerti dei primi Duemila insieme a Grazia Di Michele. Non è un caso se proprio Toquinho, per essenza e stile, negli anni sia stato spesso definito come un ponte tra l’Italia e il Brasile.