I dipendenti di Gedi hanno fischiato John Elkann durante l'inaugurazione della mostra per i 50 anni de la Repubblica all'Ex Mattatoio di Roma a cui ha preso parte anche il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella.
I giornalisti del Comitato di redazione hanno esposto striscioni con scritte come "La Repubblica siamo noi. Giornalismo, dignità, indipendenza" e "Elkann non è la tua festa", distribuendo volantini che denunciano una "gestione disastrosa" del gruppo dopo sei anni di smembramenti.
Elkann è entrato da un ingresso secondario per evitare il confronto, mentre la trattativa per la vendita di Gedi ad Antenna Group di Theodore Kyriakou procede tra incertezze occupazionali e editoriali.
La protesta rappresenta una frattura pubblica e irreversibile tra proprietà e redazione, trasformatasi da vertenza interna in scontro simbolico durante un evento celebrativo.
I fischi e i cori "Fatti vedere, Elkann fatti vedere" sottolineano il rifiuto di una gestione percepita come distante, con tagli alle testate locali, cessione de L'Espresso e razionalizzazione delle redazioni dal 2020, anno dell'ingresso di Exor in Gedi.
Questo episodio segna il culmine di anni di tensioni, con il Cdr che definisce la presenza di Elkann un "vergognoso schiaffo" a chi fa il giornale quotidianamente, escluso, invece, dall'inaugurazione.
Non più negoziati privati, ma un rifiuto collettivo che rende impossibile un rientro senza garanzie su occupazione e indipendenza.
La trattativa per cedere Gedi ad Antenna Group, gruppo media greco, vive una fase cruciale.
L'inetresse di Kyriakou è anche per Repubblica e La Stampa nonostante perdite annue di decine di milioni.
Ma tant'è: i dubbi e le preoccupazioni per il futuro sono tanti.
Il governo, tramite il sottosegretario Alberto Barachini, vigila sull'operazione invocando gli articoli del contratto giornalistico che tutelano i livelli occupazionali, mentre Kyriakou assicura:
Per La Stampa emerge un'ipotesi di vendita separata a gruppi italiani come Nem o Sae di Alberto Leonardis, con il Cda di Nem pronto a un'offerta non vincolante.
Le redazioni, però, chiedono trasparenza sulla linea editoriale "di sinistra, progressista e antifascista" e garanzie democratiche.
Di certo, per John Elkann continua un periodo nefasto: quello editoriale è solo l'ultimo scivolone.
Prima c'è stato il disastro Stellantis. La scelta della fusione con i francesi, per molti, ha portato solo guai. La linea green deal dell'ex ceo Carlos Tavares ha prodotto valanghe di cassa integrazione, vendite in affanno, produzione ai minimi storici e delocalizzazioni fuori dall'Italia.
Poi c'è stata la questione dell'eredità, con la mamma contro John che si è tramutata in una grana giudiziaria al punto da patteggiare con il fisco per oltre 170 milioni di euro e chiedere i servizi sociali per evitare una condanna per evasione.
Tutto sommato, i fischi dei giornalisti di Repubblica non rappresentano il peggio di ciò che il destino ha riservato ha John Elkann.