16 Jan, 2026 - 14:26

Pa, il ministro Zangrillo contrario al tetto degli stipendi: "Interverremo"

Pa, il ministro Zangrillo contrario al tetto degli stipendi: "Interverremo"

Rientra nel dibattito politico un tema a dir poco divisivo: quello degli stipendi dei manager della Pubblica amministrazione. A rimetterlo sul tavolo è stato proprio il ministro per la Pa, Paolo Zangrillo, che in un’intervista a Sky TG24 ha ribadito la sua contrarietà al tetto alla retribuzione dei dipendenti pubblici, introdotto dal governo Renzi nel 2014 e fissato al massimo di 240 mila euro annui.

“Quando fu inserito il tetto”, ha spiegato il ministro, “c’era un’emergenza. Ma l’emergenza non può durare 13-14 anni”. L’obiettivo, secondo Zangrillo, è “lavorare sulle dinamiche salariali dei nostri dipendenti per essere più vicini alle logiche di mercato” e riconoscere correttamente, dal punto di vista retributivo, “le responsabilità che vengono ricoperte dalle persone”.

La sentenza della Consulta sul tetto agli stipendi

Nessuna decisione definitiva, comunque, è stata al momento assunta dal ministero e dal governo. Per ora, il ministro Zangrillo si è limitato a rivendicare gli aumenti salariali dei dipendenti pubblici, resi possibili dalla chiusura di tutti i rinnovi contrattuali e ritenuti fondamentali per far fronte all’aumento del costo della vita e dell’inflazione.

La strada della rimozione del tetto agli stipendi, in ogni caso, è stata già indicata dalla Corte costituzionale nella sentenza n. 135/2025, con la quale il limite fissato nel 2014 dal governo Renzi è stato dichiarato incostituzionale.

Secondo la Consulta, il tetto, allora stabilito nella somma di 240 mila euro, era stato approvato in un contesto emergenziale ed è divenuto nel tempo illegittimo. Dalla sentenza, pertanto, è tecnicamente tornato in vigore il tetto preesistente, introdotto dal governo Monti, secondo cui il limite alle retribuzioni nella Pa deve avere come base di riferimento il trattamento previsto per il primo presidente della Cassazione, pari a circa 311 mila euro.

I casi Brunetta e Arera 

Non a caso, a seguito della sentenza della Corte costituzionale si è assistito, negli scorsi mesi, ad alcuni tentativi di blitz da parte dei grandi manager della Pubblica amministrazione. È il caso, ad esempio, della delibera con cui, a novembre 2025, il presidente del CNEL, Renato Brunetta, ha stabilito l’aumento del proprio stipendio da 250 mila a 310 mila euro annui.

La mossa, non concordata con il governo, ha provocato imbarazzo nella maggioranza, già alle prese con le difficoltà di reperire le risorse economiche per la legge di bilancio. Alla fine, date le polemiche, Brunetta ha annunciato il passo indietro.

A dicembre scorso, poi, anche i dirigenti dell’Autorità di regolazione per Energia Reti e Ambiente (Arera) hanno approvato una delibera per incrementare i loro compensi, suscitando critiche sia dalla maggioranza sia dall’opposizione.

Il dibattito sugli stipendi

Il tema della rimozione del tetto agli stipendi per i manager della Pa appare infatti particolarmente divisivo. Da un lato, chi ritiene legittima l’assenza di un limite sostiene che stipendi elevati per chi guida la Pubblica amministrazione siano giustificati dal carico di responsabilità dei dirigenti e dalla necessità di garantire alla gestione pubblica le migliori professionalità, che in assenza di condizioni di lavoro attrattive finirebbero per orientarsi verso il settore privato. È questa, peraltro, la posizione espressa dal ministro Zangrillo. 

Chi si oppone, invece, considera questi aumenti una forma di privilegio, non riconosciuti alla maggior parte dei lavoratori, costretti a fare i conti, nonostante l’aumento del costo della vita e l’inflazione, con salari bassi e sostanzialmente fermi da oltre vent’anni.

Le reazioni dei partiti alle parole del ministro

Tra i primi a reagire all’intervista in cui il ministro Zangrillo ha dichiarato l’intenzione di intervenire per rimuovere il tetto alle retribuzioni nella Pa c’è stata proprio Italia Viva, il partito guidato da Matteo Renzi, presidente del Consiglio che per primo volle e approvò il tetto. “Il ministro della Pubblica amministrazione sostiene che il tetto agli stipendi vada abolito: 240 mila euro l’anno per loro sono troppo pochi. Questo governo si occupa di tutto, tranne che dei problemi reali degli italiani. Sono fuori dalla realtà!”, il commento affidato ai social.

Critiche sono arrivate anche dal Movimento 5 Stelle, tramite Chiara Appendino: “Il ministro asserisce, in sostanza, che i compensi dei manager pubblici debbano essere quanto più vicini alle logiche di mercato. Ma quale mercato? Quello che oggi permette a un top manager del settore privato di guadagnare fino a 649 volte in più di un operaio?”.

 

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