15 Jan, 2026 - 16:27

Riccardo Magherini, perché la Cedu ha condannato l'Italia

Riccardo Magherini, perché la Cedu ha condannato l'Italia

La Corte europea dei diritti umani ha condannato l’Italia per la morte di Riccardo Magherini, stabilendo che lo Stato dovrà versare ai familiari un risarcimento di 140.000 euro per danni morali.

Magherini, calciatore di 39 anni, morì a Firenze nella notte tra il 2 e il 3 marzo 2014, durante un fermo da parte della polizia, a seguito di un arresto cardiaco che si verificò mentre l’uomo era immobilizzato a terra in posizione prona.

Come funziona la Cedu

Per comprendere il pronunciamento della Corte europea dei diritti dell'uomo (CEDU) nel caso Riccardo Mogherini, è utile ripercorrere innanzitutto il ruolo di questa Corte, che ha sede a Strasburgo. 

Nonostante si faccia spesso confusione, la CEDU non è un organismo dell'Unione europea, ma un organo giurisdizionale istituito nel 1959 con la Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali. Il suo compito è giudicare tutte le questioni “riguardanti l’interpretazione e l’applicazione della Convenzione e dei suoi Protocolli”. 

È possibile fare ricorso alla Corte solo dopo aver esaurito i rimedi giurisdizionali interni disponibili nello Stato interessato. Ciò significa che la Corte interviene solo quando il percorso previsto dall’ordinamento nazionale è stato completato o risulta inefficace. I ricorsi possono essere presentati da persone fisiche, organizzazioni non governative, gruppi di individui  o, più raramente, da uno Stato contro un altro Stato membro. Non è possibile presentare ricorsi direttamente contro privati.

Perché l’Italia è stata condannata per il caso Magherini

Il ricorso alla CEDU nel caso Magherini è stato presentato dai familiari dell’uomo dopo l’assoluzione dei quattro carabinieri coinvolti nel fermo da parte della Cassazione, che aveva annullato le condanne dei precedenti gradi di giudizio. 

La CEDU non si è pronunciata sulla responsabilità penale degli agenti né ha messo in discussione la sentenza della Cassazione.

Dopo aver esaminato il caso, la Corte europea dei diritti dell’uomo ha ritenuto che la condotta dei carabinieri – che avevano immobilizzato Riccardo Magherini per 20 minuti, mantenendolo fermo anche quando era diventato incosciente – non fosse assolutamente necessaria. 

Inoltre, la CEDU ha evidenziato carenze nella formazione degli agenti delle forze dell’ordine, in particolare sulle tecniche di immobilizzazione e sulle linee guida vigenti in Italia all’epoca, volte a ridurre al minimo i rischi per l’individuo durante un fermo in posizione prona. Infine, la Corte ha rilevato criticità sull'indipendenza dell'indagine successiva alla morte.

Il caso Riccardo Magherini

Il fermo di Magherini avvenne nell’ambito di un intervento delle forze dell’ordine, allertate perché l’uomo era in stato confusionale, aveva danneggiato una vetrina e rubato un telefono cellulare. Ammanettato dai carabinieri, Magherini fu tenuto per oltre venti minuti in posizione prona.

I suoi ultimi momenti di vita e le richieste di aiuto – “sto morendo”, “vogliono uccidermi” – furono ripresi da un residente affacciato alla finestra della propria abitazione. Dopo la perdita di conoscenza, i carabinieri chiamarono la Croce Rossa, che a sua volta richiese l’intervento di un’automedica. I tentativi di rianimazione, durati 40 minuti, risultarono purtroppo inutili.

Il commento dell'avvocato Anselmo

"Oggi finalmente è arrivata una verità che l’Italia ha negato per anni. La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha condannato lo Stato italiano con una sentenza pilota di importanza prioritaria. Una sentenza che obbliga l’Italia a disciplinare per legge gli interventi coercitivi su strada e a modificare una giurisprudenza che ha coperto l’ingiustificabile", ha commentato l’avvocato della famiglia Magherini, Fabio Anselmo. 

"Questa vittoria non cancella il dolore, ma restituisce dignità, verità e giustizia. Riccardo non stava scappando, non stava aggredendo nessuno: chiedeva aiuto. Eppure venne immobilizzato a terra, in posizione prona. Una tecnica pericolosa, nota da anni. Riccardo urlò. Urlò a lungo. Poi la voce divenne flebile. Disse che stava morendo soffocato. Mentre moriva, veniva colpito. Poco prima dell’ultimo respiro pronunciò parole che ancora oggi pesano come macigni: “Non dimenticatevi di me.”

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