15 Jan, 2026 - 14:48

Referendum sulla Giustizia, perché il Comitato del no è stato denunciato

Referendum sulla Giustizia, perché il Comitato del no è stato denunciato

I comitati per il Sì alla riforma della giustizia hanno denunciato il fronte del No accusandolo di una campagna “ingannevole” incentrata sui manifesti che sostengono che, con la vittoria del Sì al referendum costituzionale del 22‑23 marzo, i magistrati finirebbero sotto il potere dei politici.

Al centro della contestazione c’è lo slogan “Vorresti giudici che dipendono dalla politica?”, ritenuto dai promotori del Sì una rappresentazione distorta del nuovo assetto costituzionale, che continua a proclamare l’autonomia e l’indipendenza della magistratura.

Perché è scattata la denuncia per il comitato del No

Secondo quanto reso noto dal “Comitato Pannella Sciascia Tortora” per il Sì, guidato dal penalista Giorgio Spangher, la denuncia è stata presentata contro i legali rappresentanti del comitato “Giusto dire No” e contro i responsabili interni all’Associazione nazionale magistrati (Anm) che hanno promosso la campagna dei manifesti.

Nel mirino, ci sono in particolare i cartelloni affissi in numerose stazioni e città italiane, nei quali si chiede agli elettori se vogliono “giudici che dipendono dalla politica”, slogan che per i favorevoli alla riforma attribuisce alla revisione costituzionale un effetto – la subordinazione delle toghe al potere politico – che il nuovo testo non contempla.

I comitati per il Sì definiscono quei messaggi “spot ingannevoli” perché, richiamando un presunto controllo politico sui magistrati, contraddirebbero quanto scritto nell'articolo 104 della Costituzione, che continua a qualificare la magistratura come ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere.

Per i promotori della riforma, il comitato del No non solo “saprebbe” che l’indipendenza formale è ribadita, ma sceglierebbe deliberatamente di evocare uno scenario di dipendenza diretta dalla politica, trasformando un dibattito tecnico su Csm, sorteggio e separazione delle carriere in un plebiscito emotivo sulla fine dello Stato di diritto.

​Dal fronte del No, invece, si rivendica la legittimità dell’allarme lanciato attraverso i manifesti, letti come una sintesi politica, seppur forte, della critica di fondo alla riforma Nordio.

Per il presidente del comitato “Giusto dire No” e per molti esponenti Anm, l’architettura dei nuovi Consigli di magistratura – due organi distinti, con componenti in larga parte sorteggiati – indebolirebbe le garanzie interne alla magistratura e aprirebbe, di fatto, la strada a una maggiore esposizione a pressioni esterne, a partire da quelle del governo.

Perché la campagna referendaria si sta combattendo senza alcuna esclusione di colpi

La denuncia penale contro il comitato del No ex articolo 656 del codice penale che prevede 3 mesi di arresto e un'ammendo fino a 309 euro per chi diffonde informazioni "esagerate, in grado di turbare l'ordine pubblico", si inserisce in una campagna referendaria già segnata da toni estremamente polarizzati, nella quale entrambe le parti accusano l’altra di “menzogne” e “mistificazioni” sulla portata della riforma.

Da settimane, i promotori del Sì e del No si fronteggiano sui media, nei territori e sui social con lessico da resa dei conti costituzionale: da un lato chi parla di “fine delle correnti” e di modernizzazione necessaria, dall’altro chi denuncia un “attacco alla Costituzione” e alla indipendenza della giurisdizione.

Fatto sta che l’episodio dei manifesti conferma come il terreno dello scontro sia soprattutto simbolico e comunicativo, più che tecnico.

I comitati del No insistono sul nucleo politico del quesito – “indebolire o meno i magistrati di fronte al potere esecutivo” – mentre il fronte del Sì, appoggiato dall’Unione delle Camere penali, punta a smontare quella che definisce una “campagna della paura”, accusando i magistrati contrari alla riforma di difendere un sistema corporativo e di nascondere ai cittadini che la Costituzione continuerà a garantire l’indipendenza delle toghe.

A poco più di due mesi dal voto del 22‑23 marzo, il caso della denuncia per i manifesti contribuisce a irrigidire ulteriormente il clima, trasformando il referendum confermativo sulla giustizia in un banco di prova del rapporto di forza tra politica e magistratura. Con il Paese chiamato a pronunciarsi su una riforma che separa costituzionalmente le carriere e ridefinisce il sistema di autogoverno dei giudici, la battaglia delle immagini e degli slogan promette di restare al centro della scena fino all’ultimo giorno utile di campagna.

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