Nei circuiti dell’intelligence europea la questione non viene più liquidata come una provocazione. Donald Trump e la Groenlandia sono diventati un dossier vero, discusso con crescente preoccupazione tra Washington, Londra e Bruxelles. «È come avere a che fare con un bambino di cinque anni», è la frase che, secondo fonti convergenti, descrive il modo in cui apparati militari e servizi segreti americani gestiscono l’attuale Presidente degli Stati Uniti: impulsi improvvisi, decisioni drastiche, scarsa tolleranza per i limiti istituzionali.
In questo quadro si inserisce l’indiscrezione più esplosiva: Trump avrebbe ordinato ai vertici delle forze speciali di elaborare un piano per l’invasione della Groenlandia. Non un’esercitazione, ma uno scenario operativo. Un’ipotesi che incontra la netta opposizione dei capi militari, ma che rivela una strategia politica molto più ampia.
Secondo le fonti, l’iniziativa nasce dall’ala più radicale del movimento Maga, guidata dal consigliere politico Stephen Miller. Il successo dell’operazione di cattura di Nicolás Maduro avrebbe rafforzato la convinzione che l’uso della forza, se rapido e spettacolare, produca consenso interno. La Groenlandia, in questa logica, rappresenta un obiettivo ideale: enorme valore strategico, scarsa popolazione, rilevanza simbolica globale.
Ufficialmente, l’argomento è la sicurezza: prevenire un’espansione russa o cinese nell’Artico. Ufficiosamente, però, nei dispacci diplomatici europei emerge un sospetto più profondo: l’isola sarebbe solo il mezzo, non il fine.
Qui il retroscena diventa geopolitico. Poiché il Congresso non permetterebbe mai a Trump di uscire formalmente dalla NATO, la strategia Maga punterebbe a provocare una crisi irreversibile all’interno dell’Alleanza. Un’azione militare o una coercizione politica sulla Groenlandia — territorio danese e quindi NATO — metterebbe gli Stati Uniti in rotta di collisione con un alleato europeo.
Secondo uno dei dispacci, «la distruzione della NATO dall’interno» rappresenterebbe lo scenario peggiore, ma non il meno plausibile. Forzare l’Europa a una scelta impossibile — accettare l’azione americana o abbandonare l’Alleanza — sarebbe il modo più rapido per svuotare la NATO senza passare dal Congresso.
Il Comitato dei Capi di Stato Maggiore Riuniti avrebbe già espresso una netta contrarietà. Il piano viene giudicato illegale, privo di base giuridica e politicamente insostenibile. Da qui una strategia di contenimento che le fonti descrivono come quasi “educativa”: distogliere l’attenzione del Presidente con alternative meno destabilizzanti.
Si parla di operazioni contro le “navi fantasma” russe — una flotta ombra usata per aggirare le sanzioni — o di nuove pressioni militari sull’Iran. Grandi operazioni, stesso impatto mediatico, ma senza il rischio di far esplodere l’Alleanza atlantica.
Secondo i diplomatici britannici, Trump sarebbe spinto anche da motivazioni di politica interna. L’economia americana mostra segnali di difficoltà e le elezioni di metà mandato si avvicinano. Dopo l’autunno, il Presidente potrebbe perdere il controllo del Congresso. Una mossa spettacolare in politica estera servirebbe a ricompattare la base elettorale.
La finestra di opportunità, avvertono le fonti, si chiuderebbe in estate. Il vertice NATO del 7 luglio viene indicato come il momento chiave: escalation o compromesso.
Nel cosiddetto “scenario di compromesso”, la Danimarca accetterebbe di concedere agli Stati Uniti un accesso militare totale e formalizzato alla Groenlandia, escludendo Russia e Cina. Un risultato che Trump potrebbe presentare come una vittoria strategica.
Molto dipenderà dal Regno Unito e dalla sua capacità di tenere unita la disciplina europea. Per ora, una sola certezza circola nei palazzi del potere: con Trump, l’imprevedibilità non è un incidente. È il metodo.