13 Jan, 2026 - 16:50

Perché il tentativo di allungare i tempi della campagna referendaria sulla giustizia è roba da Azzeccagarbugli

Perché il tentativo di allungare i tempi della campagna referendaria sulla giustizia è roba da Azzeccagarbugli

Il giorno dopo l'indizione ufficiale del referendum sulla riforma della giustizia (22 e 23 marzo), infuriano ancora le polemiche sulla liceità della data. 

L'opposizione di centrosinistra accusa il governo di averla anticipata per limitare la campagna referendaria, visto che - secondo i sondaggi - è in vantaggio il fronte del sì, mentre la maggioranza difende la correttezza dell'iter, ancorato alla legge del 25 maggio 1970, la numero 352. 

Cosa prevede questa legge? In pratica, che se una riforma costituzionale non viene approvata dai due terzi del Parlamento, viene pubblicata, senza promulgazione, in Gazzetta Ufficiale. Cosa che, per la riforma della giustizia, è avvenuta il 30 ottobre scorso. 

Da quel momento, sempre secondo la legge 352, entro 90 giorni si può chiedere il referendum costituzionale.

Perché sono pretestuose le polemiche dell'opposizione sulla data del referendum sulla giustizia

Chi può richiedere, a 90 giorni dalla pubblicazione della riforma, il referendum costituzionale?

Secondo l'articolo 138 della Costituzione, 500 mila elettori, un quinto dei deputati o dei senatori o, ancora, 5 consigli regionali.

Nel caso specifico della riforma della giustizia, tra il 4 e l'8 novembre, sia i deputati che i senatori, di maggioranza come di opposizione, hanno fatto pervenire ben quattro richieste di referendum.

Al che, il 18 novembre, la Cassazione ha esaminato tutte le richieste e ha dato il via libera.

L'iter, a quel punto, si è già concluso.

Sennonché, poichè l'Italia è il Paese degli Azzeccagarbugli, il Paese dove si perde di vista il merito delle cose per rincorrere strumentalmente ogni postilla, il 22 dicembre, 15 cittadini, credendo di essere i più furbi tra i furbi, hanno avviato una raccolta firme per chiedere una cosa che le istituzioni, in realtà, avevano già previsto: il referendum sulla riforma della giustizia.

In pratica, il loro intento, nel grande gioco dell'oca della politica italiana, non era quello di avanzare di una casella. Ma di tornare indietro. 

Il referendum, al 22 dicembre, era già sta approvato più di un mese prima dalla Cassazione.

A quel punto, in ogni caso, visto che il diavolo si nasconde nei dettagli, cosa si fa? I 90 giorni sono partiti dal 30 ottobre. La raccolta firme dovrebbe, quindi, finire entro il 30 gennaio.

Ad oggi, quota 500 mila ancora non è stata raggiunta dai magnifici quindici. 

Ma tant'è: solamente quel giorno, solamente il 30 gennaio, secondo loro, secondo chi spera in questo pelo nell'uovo per dilatare i tempi, dovrebbe essere indetto legalmente il referendum.

In ogni caso, il 18 novembre, firme o non firme, il referendum è già stato approvato dalla Cassazione. E da quel momento, sempre secondo la legge, scattano i 60 giorni di tempo entro cui indire la data della consultazione.

Il termine massimo, quindi, sarebbe scaduto il 18 gennaio. Ma il Consiglio dei ministri l'ha indetto ieri, 12 gennaio. Decidendo che si vota il 22 e il 23 marzo. 

Dal momento in cui il referendum è indetto, quindi dal 12 gennaio, esso deve tenersi, secondo la legge, in una domenica tra un minimo di 50 e un massimo di 70 giorni.

Il limite massimo, quindi, scade proprio il 23 marzo, secondo giorno della consultazione. Indice che il governo ha comunque voluto tenere in considerazione l'esigenza dell'opposizione di fare campagna referendaria per più tempo possibile.

Perché il centrosinistra prova ad allungare i tempi della campagna referendaria

Sta di fatto che il centrosinistra non si accontenta. Il suo obiettivo, da bravo Azzeccagarbugli, è solo quello di allungare i tempi, nella convinzione (smentita, tra l'altro, dai sondaggi) secondo la quale avere più tempo a disposizione gli permetterebbe una campagna più ampia, magari capace di mobilitare gli elettori indecisi.

Una scommessa rischiosissima.

Perché se il governo ha separato il suo destino olitico dall'esito del referendum, potrà apparire che sia proprio l'opposizione a giocarsi tutto quiando saranno aperte le urne.

La sinistra, quindi, si è ridotta a questo. Più che sul contenuto della riforma, si concentra su tutti i cavilli possibili e immaginabili per polemizzare strumentalmente con il governo sulla data della consultazione popolare, nella speranza di rimandare un voto che potrebbe segnare una sua nuova, pesantissima sconfitta politica dopo il referendum perso l'anno scorso sul Jobs Act e la cittadinanza. 

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