"The Bourne Identity" non è solo un film d’azione: è l’inizio di una saga che ha cambiato per sempre il modo di raccontare le spie al cinema. Uscito nel 2002 e diretto da Doug Liman, il film ha trasformato Matt Damon in un’icona action riluttante, lontana anni luce dagli agenti segreti tutti smoking e battute brillanti.
Qui si corre, si sanguina, si improvvisa. Al centro c’è un uomo senza memoria, braccato dalla CIA e costretto a ricostruire la propria identità pezzo dopo pezzo. Tra inseguimenti urbani, combattimenti corpo a corpo e città europee dal fascino ruvido, il film ha conquistato pubblico e critica. Ma di cosa parla davvero "The Bourne Identity", come si chiude la storia e dove è stato girato?
Tutto inizia nel Mar Mediterraneo, dove alcuni pescatori italiani recuperano un uomo alla deriva, ferito da due colpi di pistola alla schiena. È vivo, ma non ricorda nulla di sé. Sa parlare più lingue, reagisce come un combattente addestrato e nasconde sotto la pelle un microproiettore laser con un numero di una cassetta di sicurezza a Zurigo. Da lì parte la sua corsa contro il tempo.
Nella banca svizzera trova passaporti con nomi diversi, denaro in svariate valute e una pistola che sceglie di non usare. Uno dei nomi è Jason Bourne, ed è quello che decide di adottare. Peccato che la CIA lo abbia già individuato. L’Operazione Treadstone, guidata da Alexander Conklin, lo considera un problema da eliminare e mette sulle sue tracce diversi sicari.
Durante la fuga Bourne incontra Marie Kreutz (Franka Potente), una ragazza tedesca che accetta di aiutarlo in cambio di denaro. Da Zurigo a Parigi, i due diventano una coppia improvvisata, unita dalla necessità di sopravvivere. A Parigi emergono dettagli inquietanti: qualcuno con il volto di Bourne è collegato a un attentato fallito contro il dittatore africano Wombosi. Ogni tassello porta a una verità scomoda.
Tra imboscate, pedinamenti e un inseguimento in auto diventato leggendario, Bourne scopre di essere molto più pericoloso di quanto immaginasse. Non è una vittima: è stato addestrato per uccidere. E il suo passato non è affatto pulito.
Quando i ricordi iniziano a tornare, la verità si fa strada senza filtri. Bourne ricostruisce l’operazione sullo yacht di Wombosi: doveva eliminarlo senza lasciare tracce, ma qualcosa è andato storto. Davanti ai figli della vittima, ha esitato. Quell’attimo di umanità ha fatto crollare tutto. Ferito durante la fuga, è finito in mare, perdendo la memoria.
Nel confronto finale a Parigi, Bourne affronta Conklin e scopre l’intera struttura di Treadstone. Non cerca vendetta, ma una via d’uscita. Comunica una scelta netta: non è più un’arma nelle mani della CIA. Decide di sparire, mettendo fine al programma che lo ha creato. Treadstone viene ufficialmente chiuso, mentre nei corridoi del potere già si parla di un nuovo progetto ancora più oscuro.
L’ultima scena cambia completamente tono. Niente sparatorie, niente tensione. Bourne ritrova Marie a Mykonos, dove lei lavora noleggiando scooter ai turisti. È un finale quieto, quasi romantico, che ribalta le aspettative del genere: dopo tanta violenza, resta solo il desiderio di una vita normale. Ed è proprio questo contrasto a rendere il finale memorabile.
Uno dei punti di forza del film è l’uso massiccio di location europee reali, che danno alla storia un realismo sporco e credibile. Doug Liman ha insistito per girare in esterni, anche quando sarebbe stato più economico ricostruire tutto in studio.
Le riprese si sono svolte a:
L’inseguimento in auto a Parigi è stato girato in punti diversi della città, poi montati insieme per creare l’illusione di un percorso continuo. Liman stesso ha ammesso con ironia che chi conosce davvero Parigi noterà qualche "magia cinematografica".
La lavorazione di "The Bourne Identity" è stata tutt’altro che tranquilla. Doug Liman e Matt Damon hanno combattuto per mantenere scene considerate "troppo intime" dallo studio, come quelle ambientate nella fattoria francese. Per loro erano essenziali per capire chi fosse davvero Bourne, non solo cosa sapesse fare.
Le riscritture sono continuate fino a ridosso delle riprese, con Tony Gilroy che inviava nuove pagine di sceneggiatura quasi in tempo reale. Anche il finale è stato modificato più volte, soprattutto dopo l’11 settembre, quando l’idea di una grande esplosione è stata definitivamente accantonata.
Il risultato? Un film più asciutto, più umano, meno spettacolare ma molto più incisivo. Ed è proprio questa scelta a renderlo ancora oggi uno dei thriller d’azione più influenti degli ultimi vent’anni.