L’ipotesi di Mario Draghi inviato speciale dell’Unione europea sull’Ucraina viene presentata come una scelta di alto profilo istituzionale. Ma nei Palazzi romani la lettura è un’altra: una mossa che guarda dritto al 2029, quando si eleggerà il successore di Sergio Mattarella. In gioco non c’è solo la politica estera europea, ma il futuro degli equilibri interni al centrodestra e le ambizioni di Giorgia Meloni.
La premier ha aperto pubblicamente alla proposta, citando Emmanuel Macron e parlando della necessità che l’Europa “parli anche con la Russia”. A stretto giro è arrivato il via libera di Giovanbattista Fazzolari: “Per noi è sì”. Un consenso che appare lineare, ma che nasconde un calcolo più profondo.
Mario Draghi, oggi senza incarichi ma ancora centrale nello scenario politico, resta il candidato naturale al Quirinale. La sua autorevolezza internazionale, i rapporti con Bruxelles e Washington e il profilo super partes lo rendono una figura difficilmente contrastabile in una futura partita quirinalizia. Tenerlo “libero” a Roma sarebbe, per Meloni, un fattore di instabilità.
A rendere il quadro più complesso è il nome che circola con insistenza nei retroscena: Marina Berlusconi. Da mesi si parla di una sua possibile discesa in campo, forse già nella primavera del 2026, in concomitanza con un referendum sulla giustizia, tema caro al berlusconismo storico.
Se Marina Berlusconi entrasse in politica, il centrodestra cambierebbe volto. L’erede del Cavaliere ha un profilo capace di parlare all’establishment economico, ai moderati inquieti e a settori trasversali dell’elettorato. E soprattutto vanta un rapporto solido con Mario Draghi, fondato su stima reciproca e sintonia di visione.
In questo scenario, Draghi diventerebbe la prima scelta naturale per il Colle, sostenuto da un fronte ampio e difficilmente arginabile dalla leadership meloniana.
Da qui l’ipotesi che a Palazzo Chigi non dispiaccia affatto affidare a Draghi una missione europea ad altissimo rischio politico. “Europeizzarlo” significa allontanarlo dal gioco interno e collocarlo su un dossier dove il margine di successo è limitato.
Il conflitto in Ucraina è una trappola per qualunque mediatore: troppi attori coinvolti, aspettative altissime, equilibri fragilissimi. Se Draghi dovesse riuscire, la sua statura diventerebbe quasi irraggiungibile. Ma se la missione si arenasse, l’aura del “salvatore della patria” potrebbe incrinarsi. Un calcolo cinico, ma tipico della politica di lungo periodo.
Il paradosso è che proprio Marina Berlusconi, se decidesse di scendere in campo, rischierebbe di creare la tempesta perfetta per Giorgia Meloni. Una figura in grado di rimettere in discussione la leadership del centrodestra e di attrarre consensi anche oltre i confini tradizionali della coalizione.
In quel caso, il centrodestra a trazione meloniana potrebbe non sopravvivere nella forma attuale. E Mario Draghi, a Bruxelles o altrove, resterebbe comunque il convitato di pietra, pronto a tornare protagonista quando si aprirà davvero la partita per il Quirinale 2029.