"Sopravvissuti" è uno di quei film che non urlano, ma restano addosso.
Presentato in prima nazionale al Francofilm Festival 2024 di Roma, il debutto alla regia di Guillaume Renusson ha subito attirato l’attenzione per il suo sguardo asciutto e umano sul dramma migratorio al confine tra Italia e Francia.
Patrocinato da Amnesty International e sostenuto da ONG come Emergency e Open Arms, il film racconta una storia che non è lontana né astratta: accade sulle Alpi, oggi, mentre il mondo guarda altrove.
Samuel è un uomo corpulento e segnato dalla vita. Vedovo, in riabilitazione dopo un incidente stradale che gli ha portato via la moglie, si rifugia per qualche giorno nel suo chalet alpino, sul versante francese delle Alpi. Cerca silenzio, isolamento, forse un po' di pace.
Una notte, nel mezzo di una tempesta di neve, trova Chehreh. È una giovane insegnante afgana, fuggita dal suo Paese dopo il ritorno dei talebani al potere. Sta cercando di raggiungere Briançon per ricongiungersi al marito Ali, da cui è stata separata in Grecia. È stanca, ferita, braccata.
Samuel inizialmente esita. Non è un eroe, non è un attivista, non è costruito per piacere allo spettatore. Proprio per questo decide di aiutarla. Da quel momento, il film si trasforma in un’odissea alpina: neve, freddo, confini invisibili e una comunità locale spaccata tra chi tende la mano e chi imbraccia un fucile.
Quando i due attraversano il versante italiano, la tensione cambia registro. Il racconto vira verso il thriller: ad attenderli c’è un gruppo di "vigilantes", cacciatori improvvisati che vedono nei migranti una minaccia da eliminare, non persone da salvare.
La natura non è più l’unico nemico.
Il finale di "Sopravvissuti" non cerca colpi di scena facili né soluzioni rassicuranti. La tensione sale quando i cacciatori individuano Chehreh e iniziano una vera e propria caccia all’uomo - anzi, alla donna.
Samuel e Chehreh sono costretti a sfruttare ogni metro del territorio montuoso per sopravvivere, muovendosi tra boschi, pendii e neve alta.
Samuel, nonostante le sue fragilità fisiche e psicologiche, sceglie di non voltarsi dall’altra parte. La sua determinazione cresce passo dopo passo, mentre Chehreh mostra una forza silenziosa, fatta di resistenza più che di parole.
Nel climax finale, i due riescono a sfuggire ai loro inseguitori grazie alla conoscenza del territorio e a una serie di decisioni prese al limite.
Il film si chiude senza un vero "lieto fine" classico, ma con un esito che lascia spazio alla speranza. Chehreh viene condotta in salvo, mentre Samuel compie un atto di coraggio che ha il sapore di una scelta definitiva: non restare neutrale. La sopravvivenza, qui, non è solo fisica ma morale.
Sopravvissuti è stato girato vicino ai luoghi reali in cui il dramma migratorio si consuma ogni giorno, tra Italia e Francia, sulle Alpi. Le riprese si sono svolte in alta quota, spesso a oltre 3.000 metri, in condizioni climatiche estreme.
Renusson ha raccontato quanto sia stato diverso scrivere la sceneggiatura "al caldo" e poi trovarsi sul set, con neve fino alle caviglie e temperature rigidissime. Il realismo del film nasce anche da qui: dal freddo vero, dalla fatica autentica, da una montagna che non è cartolina ma confine.
Il regista ha anche dialogato con la polizia di frontiera durante la preparazione del film, raccogliendo testimonianze contraddittorie e profondamente umane. Racconti che confermano quanto la realtà, in questo caso, sia molto più complessa di qualsiasi slogan.
Il film nasce da un’urgenza reale. Renusson ha ambientato la storia a Briançon, punto nevralgico dei flussi migratori alpini, dove per anni sono arrivati uomini e donne in cerca di salvezza.
"Non si abbandona chi è in pericolo", ha spiegato il regista, richiamando un codice non scritto che in montagna vale quanto quello del mare.
La vera protagonista, secondo Renusson, non è solo Chehreh (o Samuel), ma la solidarietà. Quella che resiste anche quando i finanziamenti spariscono, le frontiere si irrigidiscono e la politica si sfila lasciando spazio al fai-da-te, nel bene e nel male.
Uno degli aspetti più apprezzati di "Sopravvissuti" è la costruzione dei personaggi. Samuel non è né il "buono per forza" né il razzista da redimere. È un uomo comune, messo davanti a una scelta. Chehreh non è una vittima passiva, ma una donna che resiste.
Renusson ha dichiarato di voler puntare all’identificazione universale: non spiegare cosa pensare, ma mostrare cosa succede quando le persone si sentono abbandonate e decidono di agire. Senza retorica, senza sermoni. Solo esseri umani, nel bianco accecante delle Alpi.