Matteo Salvini è formalmente il leader della Lega, ma politicamente appare sempre più stretto in una morsa. Da una parte c’è Luca Zaia, che con il manifesto lanciato sul Foglio ha messo nero su bianco una visione alternativa di destra, meno identitaria e più orientata al governo. Dall’altra Roberto Vannacci, il generale diventato europarlamentare, che non riconosce gerarchie e usa ogni occasione per marcare il territorio con dichiarazioni spiazzanti. In mezzo, il segretario leghista, costretto a difendere la leadership mentre il partito mostra segni evidenti di nervosismo.
Il testo pubblicato sul Foglio non è un semplice contributo culturale. Nella Lega lo sanno tutti, anche se ufficialmente nessuno lo dice. Luca Zaia propone una “nuova destra” capace di trasformare l’Italia in un «Paese per giovani», puntando su sviluppo, amministrazione efficiente e credibilità istituzionale. Un messaggio che parla soprattutto al Nord produttivo e a quell’elettorato leghista che negli ultimi anni si è allontanato, stanco delle battaglie identitarie e delle continue tensioni con l’Europa.
Il tempismo non è casuale. Il manifesto arriva all’inizio dell’anno pre-elettorale e mentre Salvini è assente, in viaggio negli Stati Uniti. Una coincidenza solo apparente. Zaia non sfida apertamente il segretario, ma lancia un’idea che va oltre la leadership attuale. Una strategia morbida, che prepara il terreno alle Politiche del 2027, quando l’ex governatore veneto potrebbe candidarsi in un collegio del Nord per trainare il partito. Non per rovesciare Salvini, almeno formalmente, ma per diventare il perno di una Lega più presentabile e competitiva.
Se Zaia lavora in silenzio, Roberto Vannacci fa l’esatto opposto. Commenta tutto, colpisce chiunque e non risparmia nemmeno il capo. La sua risposta secca sul manifesto di Zaia – «non è il mio benchmark» – non è una difesa di Salvini, ma l’ennesima dimostrazione di autonomia. Vannacci non si riconosce in nessuna corrente e usa il suo consenso personale come arma politica.
Il generale rappresenta una Lega diversa da quella immaginata da Zaia: più muscolare, più identitaria, più conflittuale. Una presenza ingombrante per Salvini, che da un lato non può permettersi di perderlo, dall’altro fatica a contenerne le uscite. Ogni “picconata” rafforza l’idea di un partito senza una linea chiara e senza una catena di comando riconosciuta.
Il problema è che Salvini affronta questo scontro interno in una fase di evidente difficoltà politica. I consensi sono in calo, anche sul web, dove i post del leader leghista vengono sempre più spesso sommersi da commenti negativi. Le ambiguità sulla guerra in Ucraina, l’assenza dal Consiglio dei ministri che ha prorogato gli aiuti a Kyiv e i risultati modesti ottenuti nella manovra economica hanno alimentato il malcontento interno.
La Lega appare meno centrale nel governo e meno incisiva rispetto agli alleati. Una percezione che pesa soprattutto tra amministratori locali e parlamentari, alcuni dei quali iniziano a guardarsi intorno.
Non è un caso che circolino con insistenza le voci di un passaggio a Forza Italia di Davide Bergamini e Attilio Pierro. Due uscite che, se confermate, non sarebbero solo numeri persi, ma il segnale di una crisi più profonda. Quando i parlamentari iniziano a muoversi, significa che la leadership non appare più solida come un tempo.
Per ora nessuno affonda il colpo. Zaia costruisce, Vannacci piccona, Salvini resiste. Ma la sensazione, dentro la Lega, è che lo scontro sia solo rimandato. Il 2027 è lontano sulla carta, ma politicamente è già iniziato. E Salvini sa che il tempo, questa volta, potrebbe non giocare a suo favore.