Gli Stati Uniti sono arrivati al punto in cui, a forza di esportare democrazia, sembrano averla esaurita in casa. Minneapolis e Caracas, Renee Good e Maduro, il proiettile alla testa e il blitz notturno: tasselli dello stesso impero che si proclama faro di libertà mentre normalizza la violenza come strumento di governo, dentro e fuori i propri confini.
L’America che per decenni ha pontificato sui diritti umani oggi mostra il suo vero volto su una strada di Minneapolis, dove un’agente ICE spara in testa a Renee Nicole Good, 37 anni, cittadina statunitense, seduta nella sua auto, disarmata, nel mezzo di un’operazione anti-immigrazione. I video e le testimonianze indicano ordini contraddittori, un agente che non è neppure sulla traiettoria del veicolo e un colpo mortale giustificato poi con la solita formula magica dell’“ho avuto paura per la mia vita”, smentita da analisi indipendenti.
Renee era una madre, una poetessa, una donna che aveva lasciato gli Stati Uniti per il Canada dopo la vittoria di Trump nel 2024, per poi tornare a Minneapolis, dove quella stessa macchina statale l’ha giustiziata in strada. Il presidente Trump ha difeso l’agente e l’operazione, con la Casa Bianca che si è affrettata a blindare la narrativa dell’autodifesa, mentre l’FBI blocca perfino le autorità del Minnesota dall’accedere pienamente alle indagini: una gestione da regime, non da democrazia matura.
Le proteste esplose a Minneapolis raccontano un Paese in cui l’uso letale della forza federale è diventato routine, un’estensione interna della stessa logica con cui Washington “gestisce” il mondo. Se una cittadina, madre di tre figli, legalmente presente, può essere uccisa da un agente federale in pieno giorno, filmata da più telefoni, e il potere politico corre subito a giustificare chi ha sparato, allora la linea tra stato di diritto e stato di polizia è già stata superata.
L’America che un tempo predicava il “rule of law” a ogni latitudine ora criminalizza osservatori legali, etichetta come “stalking” chi documenta gli abusi dell’ICE e tratta i propri stessi cittadini come nemici interni se intralciano l’apparato securitario. È la stessa mentalità che ha prodotto Guantánamo, le extraordinary rendition e le guerre preventive, distillata sul territorio nazionale in una quotidiana, burocratica sospensione dei diritti fondamentali.
Mentre a Minneapolis un proiettile federale “mette in sicurezza” una strada, in Venezuela i missili e i commando americani “mettono in sicurezza” un intero Paese, con l’Operazione Absolute Resolve del 3 gennaio 2026: bombardamenti notturni, incursione delle forze speciali, cattura forzata di Nicolás Maduro e della moglie, trascinati nel cuore della notte e trasferiti a New York come trofei giudiziari.
Nessuna vera consultazione del Congresso, zero mandato ONU, la solita foglia di fico della “lotta al narcotraffico” e alla “corruzione”, mentre la stessa amministrazione ammette che l’obiettivo è colpire Maduro, ridisegnare la mappa del potere a Caracas e riaprire la porta al petrolio venezuelano per le compagnie USA.
Nel frattempo, una parte dell’élite venezuelana negozia dietro le quinte una transizione addomesticata, “madurismo senza Maduro”, con garanzie agli investitori americani e un progressivo allontanamento da Russia e Iran: un cambio di regime confezionato a Washington, venduto come liberazione e pagato, come sempre, dalla popolazione locale. Se questo non è un golpe, è il suo equivalente postmoderno: meno giunte in uniforme sulle tv, più conferenze stampa in inglese con grafici sulla “democrazia ripristinata”.
La politica estera di Trump nel secondo mandato è ormai descritta apertamente da think tank e analisti come “warlordismo” e “gangster-style foreign policy”: un approccio mafioso che riduce il pianeta a un mosaico di “territori” da controllare, ricattare, punire a colpi di dazi, raid e minacce di invasione.
Lo stesso presidente che ordina un’operazione militare in Venezuela sulla base della propria volontà personale, senza una chiara strategia né legittimazione internazionale, paragona la mappa del mondo a un tavolo di pizzo, dove i piccoli Stati pagano il pizzo in petrolio, basi militari e obbedienza politica.
Tariffe punitive contro Paesi che non gli piacciono, ultimatum agli alleati, minacce ai vicini latinoamericani, fino ad accennare ad azioni contro Cuba, Messico e persino la Danimarca: un catalogo di intimidazioni che richiama la logica delle famiglie criminali più che quella di una repubblica costituzionale. È lo stesso schema visto in Venezuela: nessuna costruzione paziente di alleanze, solo “o con noi o contro di noi”, con la forza militare come strumento negoziale di default.
Se a casa tua la polizia federale uccide una cittadina disarmata e il sistema corre a proteggere chi ha sparato, con il presidente in prima linea a giustificare l’ingiustificabile, hai perso ogni autorità morale per parlare di diritti umani al resto del mondo. Se allo stesso tempo lanci raid notturni contro governi stranieri, catturi capi di Stato come fossero capi-cartello, ridisegni gli equilibri politici di altri Paesi in cambio di petrolio e accesso ai mercati, hai smesso da tempo di esportare democrazia: stai solo esportando paura e dominio.
Gli USA a forza di esportare democrazia ne sono rimasti senza, svuotando dall’interno le proprie istituzioni, normalizzando lo stato d’eccezione permanente e trasformando il linguaggio dei diritti in slogan buoni per conferenze stampa e operazioni di facciata. Minneapolis e Caracas non sono incidenti isolati, ma capitoli di uno stesso manuale imperiale: quello in cui la vita di una poetessa in un SUV e la sovranità di un intero Paese valgono meno dell’ossessione di un uomo forte per il controllo e del profitto delle sue élite economiche.