C’è un sottile filo rosso che attraversa la Toscana contemporanea, unendo eventi apparentemente distanti in un quadro d’insieme che non permette più di volgere lo sguardo altrove. È il filo che lega i dati sulla povertà diffusi dalla Caritas a un crescendo di microcriminalità e violenza urbana in territori che, fino a ieri, si sentivano isole felici. E’ il commento di Pablo Cinci, presidente dell’associazione Appello per il lavoro e lo sviluppo a Piombino.
È il filo di una conflittualità giovanile che esplode in rissa, sintomo di un corpo sociale che muta profondamente senza essere gestito, ancorché prevedibile.
All’interno di questa tempesta perfetta c’è Piombino, la città un tempo simbolo dell’industria. Qui, i numeri non sono più statistica: sono un grido d’allarme. Quando migliaia di lavoratori dell’indotto e intere nuove generazioni sopravvivono con meno di 15 mila euro annui non siamo di fronte a una flessione economica, ma a un baratro sociale.
Dalle tute blu si è passati in poco tempo ai pacchi alimentari. “Il nesso tra la crisi della siderurgia e l’indigenza attuale è brutale nella sua evidenza. Il passaggio dai salari industriali garantiti — che per decenni hanno nutrito non solo le famiglie, ma la dignità e l’identità stessa del territorio — a un’economia fatta di ammortizzatori sociali, cassa integrazione e precariato stagionale ha spezzato la spina dorsale della Val di Cornia” commenta Cinci.
Mentre il tessuto sociale si sfilaccia, Piombino assiste a un’altra perdita irreparabile: la fuga dei cervelli. I giovani, cresciuti in una comunità che sembra aver smesso di sognare, portano altrove le proprie competenze. È uno spopolamento silenzioso ma inesorabile.