In un’epoca in cui il basket femminile faticava ancora a essere preso sul serio, lei entrava in campo e lo trasformava in uno spettacolo inevitabile. Bastava vederla alzarsi da terra, occupare lo spazio, muoversi con una grazia inspiegabile per una donna alta più di due metri.
Uljana Semjonova non era solo una campionessa: era una presenza che cambiava il destino delle partite prima ancora che iniziassero.
Oggi che al risveglio la notizia della morte è ormani nota, il mondo dello sport riscopre una delle figure più straordinarie e dimenticate del Novecento, la donna che rese il basket un gioco troppo piccolo per contenerla.
Uljana Semjonova non era soltanto la giocatrice più alta mai vista su un parquet. Era una presenza che cambiava il senso stesso del gioco. Nata nel 1952 in Lettonia, allora parte dell’Unione Sovietica, crebbe in un ambiente semplice, lontano da qualsiasi idea di celebrità.
Ma il suo corpo sembrava già scritto per un destino diverso: a quindici anni superava i due metri e attirava sguardi ovunque andasse. Non era solo una questione di centimetri: aveva coordinazione, intelligenza cestistica, un modo naturale di muoversi nello spazio che rendeva il basket quasi facile.
Quando venne portata al Daugava Riga, la sua vita e quella del basket europeo cambiarono insieme. In pochi mesi divenne il centro attorno a cui ruotava ogni partita.
Le avversarie cercavano soluzioni, raddoppi, strategie: nulla sembrava funzionare davvero contro una giocatrice che controllava il pitturato come se fosse casa sua. Semjonova non aveva bisogno di urlare o di esultare: dominava con una calma che metteva ancora più soggezione.
Negli anni Settanta e Ottanta il Daugava Riga non era semplicemente una squadra vincente: era un impero sportivo. Con Semjonova in campo, il club conquistò undici Coppe dei Campioni, un record che ancora oggi appare irreale. Il suo stile non era spettacolare nel senso moderno, ma devastante nella sua efficacia. Prendeva posizione, riceveva palla e segnava. Difendeva, copriva spazi, intimoriva chiunque provasse ad avvicinarsi al canestro.
Con la nazionale sovietica, la sua figura diventò ancora più grande. L’URSS costruì attorno a lei una delle squadre più forti di sempre, capace di dominare Olimpiadi, Europei e Mondiali.
In piena Guerra Fredda, Semjonova divenne uno dei simboli dello sport sovietico: una donna capace di battere sistematicamente le potenze occidentali, Stati Uniti compresi. Le sue vittorie non erano solo sportive: erano messaggi politici, anche se lei, in realtà, voleva solo giocare a basket.
Nel 1993 arrivò il riconoscimento che la sottrasse definitivamente a ogni confine nazionale: Uljana Semjonova entrò nella Basketball Hall of Fame. Fu la prima giocatrice non americana a riuscirci, un evento che fece capire quanto fosse stata grande la sua influenza sullo sport. Non era più solo la gigante sovietica che dominava l’Europa: era una delle figure più importanti nella storia del basket mondiale, punto di riferimento per generazioni di atlete.
Uljana Semjonova si è spenta a 73 anni a Riga, la città che più di ogni altra aveva rappresentato la sua carriera. Negli ultimi anni aveva affrontato diversi problemi di salute, legati anche alla sua struttura fisica eccezionale, che aveva messo a dura prova il suo corpo. La sua morte ha riportato improvvisamente alla memoria una stagione del basket in cui il nome di Semjonova era sinonimo di vittoria.
La notizia ha attraversato l’Europa e il mondo dello sport con un misto di nostalgia e rispetto. Perché non è scomparsa soltanto una ex campionessa, ma una donna che aveva cambiato il modo in cui il basket femminile veniva visto e giocato.
Oggi il basket femminile è veloce, atletico, globale. Ma molte delle sue fondamenta moderne nascono da ciò che Uljana Semjonova ha rappresentato: la prova che una donna poteva dominare lo sport con la stessa autorità e spettacolarità di qualsiasi uomo. Il parquet, per lei, era davvero troppo piccolo. E forse lo è ancora.