Il silenzio del Quirinale su Donald Trump e sul dossier Venezuela non è passato inosservato. Anzi, nei palazzi romani viene interpretato come un segnale politico preciso. Mentre Giorgia Meloni sceglie una linea di cauta convergenza con Washington sull’arresto di Nicolás Maduro, dal Colle filtra una lettura molto più fredda e istituzionale, che guarda con preoccupazione agli effetti a lungo termine della strategia trumpiana.
Il punto non è solo Caracas. È il metodo. E soprattutto ciò che potrebbe accadere domani, quando l’attenzione degli Stati Uniti si sposta sempre più a nord, verso la Groenlandia e l’Artico.
Sulla crisi venezuelana, Giorgia Meloni ha scelto di sostenere la legittimità dell’azione americana contro Maduro, presentata come risposta alla minaccia del narcotraffico internazionale diretto verso gli Stati Uniti. Una posizione che rafforza il rapporto con Trump e consolida il profilo atlantista del governo italiano.
Al Quirinale, però, questo schema viene giudicato rischioso. Secondo ambienti istituzionali, definire “difensivo” un intervento militare preventivo apre a un precedente pericoloso. Seguendo la stessa logica, sarebbe teoricamente legittimo colpire anche le basi libiche da cui partono i trafficanti di migranti diretti verso l’Italia. Una linea che la diplomazia italiana ha sempre evitato, proprio per non scardinare il diritto internazionale.
In questo contesto si inserisce la telefonata di Giorgia Meloni a Maria Corina Machado, figura simbolo dell’opposizione democratica venezuelana. Ufficialmente un gesto di solidarietà verso il popolo venezuelano, in realtà anche un messaggio politico più ampio.
L’obiettivo di Palazzo Chigi è ribadire che l’Italia sostiene una soluzione politica e costituzionale, basata sul riconoscimento dell’elezione di Edmundo González Urrutia e su nuove elezioni libere. Una mossa letta da alcuni come una presa di distanza da Trump, ma che in realtà punta a evitare che Roma venga percepita come totalmente appiattita sulle scelte americane.
Il dossier più delicato, però, è quello della Groenlandia. Qui la sintonia con Trump si incrina. Meloni, confermano fonti di governo, sostiene senza ambiguità la sovranità danese sul territorio autonomo e non intende legittimare eventuali iniziative unilaterali statunitensi.
Al tempo stesso, la premier riconosce che Trump ha sollevato una questione reale: l’Artico è sempre più centrale nello scontro geopolitico globale, mentre l’Occidente ha lasciato spazio a Russia e Cina, che stanno rafforzando la loro presenza economica e militare, anche con infrastrutture a potenziale uso nucleare.
Su questo punto, Palazzo Chigi e Quirinale convergono solo in parte. L’allarme sull’Artico è condiviso, ma non il modo di affrontarlo. Al Colle si teme che assecondare Trump possa trasformarsi in un boomerang per l’Europa, soprattutto se le sue iniziative finiscono per colpire direttamente un Paese membro dell’Unione Europea come la Danimarca.
Il vertice di Parigi ospitato da Emmanuel Macron diventa così un passaggio cruciale non tanto per l’Ucraina, quanto per ricompattare il fronte europeo e riaffermare un principio: la sicurezza dell’Artico non può essere affrontata con colpi di mano, ma con una strategia multilaterale.
Dal Colle filtra una valutazione netta: pensare di contenere l’aggressività politica di Trump concedendogli spazio è una illusione. Funziona forse quando le sue mosse riguardano scenari lontani, ma smette di funzionare quando gli interessi americani investono direttamente l’Europa.
Venezuela oggi, Groenlandia domani. Per il Quirinale, l’Italia deve scegliere se essere un ponte con Washington o un argine a difesa delle regole internazionali. E su questo punto, la distanza tra Colle e Palazzo Chigi appare destinata a restare.