La notte del 28 gennaio 1985 rappresenta uno dei momenti più iconici della cultura pop globale. Mentre le stelle più brillanti della musica americana si riunivano a Los Angeles per incidere We Are the World, l'inno benefico contro la carestia in Etiopia, un'assenza pesantissima continuava a far rumore: quella di Prince.
Nonostante il successo travolgente di Purple Rain, il genio di Minneapolis scelse di non unirsi al supergruppo USA for Africa, alimentando misteri e leggende.
Dietro la mancata partecipazione di Prince non c'era una semplice dimenticanza, ma una serie di motivazioni profonde che spaziavano dal gusto personale alla ferrea volontà di proteggere la propria immagine artistica.
Molti, all'epoca, pensarono che il motivo principale fosse l'aspra rivalità con Michael Jackson, l'altro grande "re" degli anni Ottanta e co-autore del brano. In realtà, nonostante la tensione tra i due fosse reale - Jackson lo considerava una delle persone più difficili mai incontrate - le ragioni di Prince erano molto più legate alla sostanza del progetto.
Secondo le testimonianze di chi lavorava a stretto contatto con lui, come la musicista Wendy Melvoin, Prince provava una vera e propria avversione per il brano scritto da Jackson e Lionel Richie. Nel libro Let’s Go Crazy, Wendy ha rivelato che l'artista definì la canzone "orribile" e mediocre.
Per un perfezionista come lui, prestare la voce a una melodia che non stimolava il suo genio creativo era un compromesso inaccettabile.
Inoltre, Prince mal digeriva l'idea di essere confuso in una folla di celebrità. Il cartello sulla porta dello studio che recitava "Lascia il tuo ego fuori dalla porta" era l'antitesi della sua filosofia di vita: lui voleva mantenere un'identità di assoluta indipendenza e non intendeva partecipare a quello che definiva, con termini piuttosto coloriti, un raduno di troppe personalità ingombranti.
Non si trattava, però, di una mancanza di sensibilità verso la tragedia etiope. Prince era profondamente colpito dalla causa umanitaria, ma preferiva un approccio più riservato e individuale. Si offrì, infatti, di contribuire al progetto in un modo diverso: proponendo un assolo di chitarra da registrare in una stanza separata.
Questa proposta venne però respinta con fermezza da Lionel Richie, il quale insisteva affinché tutti gli artisti partecipassero coralmente nella stessa sala, per dare un segnale di unità nazionale. Di fronte al rifiuto di Richie di concedergli uno spazio isolato, Prince decise di non presentarsi affatto agli studi A&M di Hollywood.
La produzione di We Are the World fece di tutto per portare Prince sul set, arrivando a utilizzare strategie quasi diplomatiche. Fu invitata al progetto Sheila E., la sua batterista e collaboratrice più stretta, per la quale Prince nutriva un forte interesse sentimentale in quel periodo.
La speranza degli organizzatori, come Quincy Jones e Ken Kragen, era che la presenza di Sheila potesse convincere il cantante a fare un salto in studio dopo la cerimonia degli American Music Awards.
Sheila E., nel documentario Netflix La notte che ha cambiato il pop, ha confessato il suo rammarico per quella situazione, ammettendo di essersi sentita "usata" dalla produzione. Durante la lunghissima sessione di registrazione, che durò fino alle otto del mattino, Sheila fu spinta a chiamare ripetutamente Prince, ma lui rimase fermo sulla sua posizione.
Quando fu chiaro che il genio di Minneapolis non sarebbe arrivato, la sua parte solista (che era stata preventivamente assegnata a lui e Jackson per un duetto storico) venne affidata a Huey Lewis. Sheila, compresa la dinamica, decise infine di abbandonare la sessione, sentendo che la sua presenza era stata solo un'esca per catturare l'inafferrabile stella.
Nonostante l'assenza fisica in quella notte concitata, Prince non voltò del tutto le spalle all'iniziativa. Qualche tempo dopo, donò una traccia esclusiva dal titolo 4 the Tears in Your Eyes per l'album ufficiale del progetto. Fu il suo modo di sostenere la raccolta fondi, che arrivò a superare gli 80 milioni di dollari, senza però rinunciare alla sua coerenza artistica e alla sua riservatezza.