Della tragedia svizzera emerge un aspetto molto importante: in un’immagine i ragazzi riprendono con il telefonino il fuoco e restano fermi a registrare, mentre intorno c’è chi urla e chi scappa.
Questo si trasforma in un fenomeno chiamato a trasformare tutto - emergenza inclusa - in contenuti. Da qui si capisce il peso e la governance che hanno assunto i social network nella nostra esperienza quotidiana.
Chissà, forse non si salvavano quei 47 o forse sì, ma filmare ragazzi/amici di serata che vengono assaltati dalle fiamme invece di intervenire ad aiutare mostra che filmare per generare engagement sulle piattaforme e sul proprio profilo personale è diventato quasi una challenge di vita o di morte.
Questo, come dico da anni ormai, è il risultato del fatto che nessuno ha guidato le nuove generazioni all’uso e all’utilità dello strumento in base alla nostra quotidianità: in questo caso, per esempio, i telefoni vanno spenti e si aiuta a risolvere un problema.
Ma noto che la priorità mentale (e questo fa paura nelle attuali generazioni) è mettersi in mostra per creare follower e like.
Colpa di qualcuno? Inutile colpevolizzare: sono condizioni di formazione, informazione, responsabilità e consapevolezza che andavano viste e messe in atto negli anni 2000, quando come cito sempre, l’Europa e la classe dirigente UE non hanno visto arrivare il digitale nelle nostre vite.
Infatti ora siamo spettatori paganti e pensiamo di dettare condizioni a chi le ha dettate all’inizio in maniera silente. Non ci siamo.
Dobbiamo pensare e avere visione di cosa succederà tra dieci anni con tutti questi strumenti e capire come inserire e guidare al meglio i nostri figli, nipoti, ecc.
Infatti attualmente tutto questo è diventato “normale”, al punto da trasformarsi in abitudine in tutto ciò che la rete pubblica (attraverso le persone) e, di conseguenza, realizza anche fisicamente queste condizioni.
Le politiche addictive dei social network sono strategie di progettazione pensate per aumentare il tempo di permanenza degli utenti sulle piattaforme.
Attraverso meccanismi come notifiche continue, scorrimento infinito dei contenuti e sistemi di ricompensa basati su like e interazioni, i social sfruttano dinamiche psicologiche che favoriscono un uso ripetuto e talvolta compulsivo.
Queste logiche, funzionali ai modelli di business fondati su pubblicità e raccolta dati, possono incidere negativamente sul benessere e sulla capacità di autodeterminazione degli utenti, in particolare dei più giovani, rendendo sempre più centrale il dibattito su responsabilità, trasparenza e regolamentazione del digitale.
È necessario capire che ormai il senso civico non viene guidato dalle Big Tech e che tutti i Governi che ora provano in maniera autonoma a contrastarle saranno sempre sconfitti, perché la singolarità nelle decisioni non funziona: serve la collettività, come il meccanismo di consenso di massa dei social.
Inutile dire che, per me, nessun Governo riuscirà a fermare questo processo, perché le Big Tech portano lavoro, PIL, voti, consenso, informazioni e dati in tempo reale.
Ecco perché oggi è importante capire cosa succederà realmente nei prossimi dieci anni e sedersi con le Big Tech per creare una strategia equilibrata tra lo strapotere tecnologico e il senso etico, civico, consapevole e responsabile delle comunità in cui viviamo.
E non creiamo nuove norme: capiamo prima il fenomeno, poi pensiamo al resto.
William Nonnis (tecnico per l'innovazione e digitalizzazione presso la Presidenza del Consiglio)