02 Jan, 2026 - 16:31

Andrea Di Nino morto in carcere a Viterbo, i familiari contro l'archiviazione: "Non si è suicidato"

Andrea Di Nino morto in carcere a Viterbo, i familiari contro l'archiviazione: "Non si è suicidato"

Andrea Di Nino aveva 36 anni ed era ormai prossimo alla fine della pena quando, il 21 maggio 2018, fu trovato impiccato all'interno della sua cella nel carcere di Mammagialla, a Viterbo.

Sette anni dopo, la Procura ha chiesto l'archiviazione del fascicolo per omicidio volontario contro ignoti aperto in seguito alla testimonianza di un ex detenuto su un possibile pestaggio.

I familiari, che non hanno mai creduto all'ipotesi del suicidio, si sono opposti, chiedendo verità e giustizia. "Troppe cose, secondo noi, non tornano", ha ribadito a Tag24 Tonino Lazzarini, uno dei fratelli dell'uomo.

Andrea Di Nino morto in carcere: l'ipotesi del suicidio

"Io ero il fratello più grande, conoscevo Andrea meglio di chiunque altro: non avrebbe mai fatto una cosa del genere", racconta Tonino. Secondo lui e secondo il resto dei familiari, l'uomo "era felice, perché stava per uscire dal carcere".

Ci era finito per un cumulo delle pene, ma avrebbe dovuto scontare solo altri sei o sette mesi. "La mattina stessa - spiega il fratello - aveva chiamato nostra madre per chiederle dei vestiti nuovi; abbiamo saputo dopo che gli avevano approvato i domiciliari". 

"Parliamo di un uomo che amava visceralmente sia i figli che la madre. Non vedeva l'ora di tornare a casa. Diceva che avrebbe spaccato tutto, nel senso che si sarebbe fatto valere. Voleva ricominciare", insiste il fratello.

Eppure, quel giorno, il 36enne fu trovato senza vita nella sua cella. "Ci hanno sempre raccontato la favola del suicidio - accusa Tonino - ma noi non l'accettiamo. Sappiamo che Andrea aveva avuto delle discussioni con gli agenti, per i suoi diritti".

Il testimone e il fascicolo per omicidio volontario

Secondo loro, in sostanza, l'uomo non si sarebbe tolto la vita. Una ricostruzione confermata anche da un ex detenuto - ora collaboratore di giustizia - che, dopo diversi anni dalla morte del 36enne, si è fatto avanti e "ha raccontato che Andrea sarebbe stato picchiato a morte".

La sua testimonianza ha portato all'apertura di un fascicolo per omicidio volontario contro ignoti, oggi a rischio archiviazione. "La Procura sostiene che il testimone non si trovasse nella stessa sezione di Andrea - spiega Tonino - ma questa persona ha sempre ripetuto la stessa versione, senza mai contraddirsi".

A lasciare l'amaro in bocca alla famiglia è anche altro. "Nessuno dei soggetti chiamati in causa è mai stato indagato o sospeso dal servizio. Paradossalmente, l'unico ad essere finito nel mirino degli inquirenti sono stato io, con controlli su ogni mio contatto, sui tabulati". 

I dubbi medico-legali e il processo per omicidio colposo

Il sospetto dell'uomo è che tante cose siano state nascoste. "Noi familiari ci siamo opposti all'archiviazione e se necessario chiederemo anche la riesumazione della salma. Tutto, purché si arrivi alla verità", sostiene. Dalla relazione autoptica firmata per la difesa dal dottor Pasquale Bacco è emerso che "mancano almeno otto elementi che dovrebbero esserci in un suicidio per impiccagione", afferma Tonino.

Tra i dettagli che non convincono, la posizione del nodo del lenzuolo che sarebbe stato usato dal 36enne come cappio, i lividi sul corpo, le condizioni della cella, l'abbigliamento. "Andrea è stato trovato con calzini nuovi e bianchissimi in una cella bagnata". Una circostanza strana, "meritevole di attenzione". Per la sua morte, classificata ufficialmente come volontaria, sono finiti a processo, con l'ipotesi di omicidio colposo, tre persone tra sanitari e agenti.

"Si tratta di un procedimento nato perché Andrea soffriva di una grave forma di epilessia e non avrebbe dovuto trovarsi in isolamento", spiega il fratello. L'ex direttore del carcere è stato invece assolto. "Noi vogliamo solo sapere cosa è successo", conclude Tonino. "Accettare l'archiviazione del fascicolo per omicidio volontario significherebbe uccidere Andrea una seconda volta: non possiamo accettarlo".

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