01 Jan, 2026 - 15:00

Trasporti nel caos e uno sciopero a settimana: il 2026 inizia come è finito il 2025

Trasporti nel caos e uno sciopero a settimana: il 2026 inizia come è finito il 2025

Tre scioperi nazionali nelle prime due settimane dell'anno: il 2026 si apre nel segno della continuità con il 2025: sindacati sul piede di guerra e lavoratori pronti ad incrociare le braccia. 

Si preannunciano mesi di passione per pendolari e viaggiatori, a cominciare già da gennaio con tre scioperi nazionali che coinvolgeranno settori chiave come taxi, trasporto aereo e ferroviario.

Un avvio d’anno che conferma come la conflittualità sindacale resti elevata, dopo dodici mesi segnati da proteste diffuse, scioperi generali e un costante braccio di ferro con il governo.

Secondo il calendario ufficiale del Garante per gli scioperi, la nuova annata si preannuncia “agguerrita”, soprattutto sul fronte dei trasporti, con possibili ricadute pesanti su cittadini e viaggiatori.

Scioperi 2026: gennaio parte con tre stop nazionali

Il nuovo anno parte con il piede sull’acceleratore delle mobilitazioni.

Il primo sciopero nazionale già proclamato è quello dei taxi, previsto per il 13 gennaio: un’intera giornata di stop, dalle 00 alle 24, che rischia di paralizzare la mobilità urbana in molte città italiane. 

Pochi giorni prima, il 9 gennaio, saranno, invece, i lavoratori del trasporto aereo ad astenersi dal lavoro. I lavoratori di Assohandlers incroceranno le braccia in tutta Italia, dalle 13 alle 17, una fascia oraria delicata per partenze e arrivi.

Non va meglio sul fronte ferroviario: tra il 9 e il 10 gennaio è previsto uno sciopero nazionale del trasporto su rotaia che durerà 24 ore, dalle 21 del 9 alle 21 del 10. Un inizio d’anno che lascia intendere come il 2026 possa replicare, se non addirittura superare, l’intensità delle proteste viste nel 2025, con il settore dei trasporti destinato a diventare uno dei principali campi di scontro tra sindacati e governo.

I numeri del 2025: otto scioperi generali in dodici mesi

Il 2025 è stato caratterizzato da una frequenza di scioperi raramente registrata negli ultimi anni. Sono stati otto gli scioperi generali proclamati nel corso dell’anno, a testimonianza di un clima sociale e sindacale particolarmente teso. L’ultimo in ordine di tempo è stato quello del 12 dicembre, indetto dalla Cgil contro la legge di Bilancio, definita dal sindacato “ingiusta”, con l’astensione dal lavoro per l’intera giornata in tutti i settori pubblici e privati.

Prima ancora, il 28 novembre, i sindacati di base avevano proclamato uno sciopero generale sempre contro la manovra economica. Il 3 ottobre, invece, la protesta era stata legata alla mobilitazione per Gaza e per la pace, dopo l’aggressione alla Global Sumud Flotilla, con Cgil e sindacati di base fianco a fianco. La questione palestinese aveva già animato gli scioperi del 22 settembre e del 20 giugno.

Completano il quadro lo sciopero generale del Primo Maggio, quello dell’11 aprile per chiedere “zero morti sul lavoro” e un nuovo modello di impresa, in concomitanza con lo sciopero globale per il clima dei Fridays for Future, e infine quello dell’8 marzo.

Governo e sindacati, un braccio di ferro senza tregua

Tra i protagonisti assoluti del 2025 ci sono stati senza dubbio i metalmeccanici. Le proteste per il rinnovo del contratto nazionale hanno attraversato gran parte dell’anno, con una stagione di mobilitazioni intense che si è conclusa solo a novembre con la firma dell’accordo. A queste si sono aggiunti gli scioperi, anche a oltranza, dei metalmeccanici dell’ex Ilva, con cortei, presidi e manifestazioni da Genova a Taranto. Una partita che resta ancora aperta, in attesa – come chiedono le sigle delle tute blu – di una convocazione a Palazzo Chigi.

Il tutto si è inserito in un contesto di scontro permanente tra sindacati e governo, segnato da precettazioni, polemiche e dal tormentone sul “week end lungo”.

Un muro contro muro che non ha però frenato la protesta sindacale e che rischia di proseguire anche nel 2026, rendendo il nuovo anno altrettanto caldo sul fronte delle mobilitazioni.

 

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