Sport

Renzo Nostini sportivo di livello figlio di una generazione meravigliosa

Renzo Nostini l’esempio dello sportivo polivalente ad eccelsi livelli

Fiero rappresentante di una stupenda generazione di sportivi

 

 

Renzo Nostini è nato a Roma il 27 Maggio 1914. Uno dei massimi dirigenti laziali perché completo e poliedrico. Laureato in ingegneria è stato presidente dell’Assistal.
Inizia giovanissimo con la scherma, insieme a suo fratello Giuliano, nella palestra del maestro Fabrizi. Nonostante se la cavasse bene già con questo sport, cominciò a praticare anche il Nuoto. In questa disciplina vinse parecchie staffette e giocò a Pallanuoto nella Lazio in serie A. I maggiori successi, però, arrivano nella Scherma, dove ha gareggiato fino al 1957. Ha vinto sette titoli mondiali tra il 1937 e il 1955. Nel fioretto individuale è stato campione iridato nel 1950; nel fioretto a squadre (1937, 1938, 1949, 1955), nella sciabola a squadre (1949, 1950).

Anche nella sede olimpica sarebbero arrivate tante soddisfazioni, quali le 4 medaglie d’argento nel Fioretto e nella Sciabola a squadre (1948 e 1952). E anche

Sette medaglie d’argento Nostini le guadagna ai campionati mondiali. Nel 1953 ha vinto il titolo individuale di Fioretto. Nel 1936 avrebbe dovuto fare le Olimpiadi di Berlino (Pentathlon) ma fu escluso dal regime fascista perché non militare.

Parliamo del Renzo Nostini del versante Rugby: ha giocato in Serie A, con la Rugby Roma. Da dirigente è stato presidente della Lazio Nuoto, della Rugby Roma e vicepresidente F.I.R. Nel 1947 fu presidente del C.U.S.I.

Alla soglia dei 40 anni si accorse che l’anno di nascita all’anagrafe era sbagliato. Non nacque il 1 Giugno 1914 ma pochi giorni prima, il 27 Maggio. Personaggio battagliero e tosto ma anche galantuomo. Ha rappresentato lo sportivo a 360 gradi in assoluto, essendo stato eccellente in varie discipline, oltre alla bravura da dirigente.

Nel 1959 fece parte del Comitato di Gestione della F.I.S., per 32 anni ne sarà il presidente (dal 1961 al 1993). Dal 1970 è membro d’onore della Federazione Internazionale della Scherma. Membro di giunta esecutiva del CONI nel 1965 e nel 1967 Vicepresidente. Diventa poi Presidente Onorario CONI.
I riconoscimenti più prestigiosi sono stati la Medaglia d’Oro al valore atletico, Stella d’Oro al merito sportivo.

Nel 1984 il C.I.O. lo insignisce dell’Ordine Olimpico d’Argento e nel 2005 il presidente della Repubblica gli concede il Collare d’Oro al Merito sportivo.
Sarà sempre legato all’ideale della Lazialità e ne parlerà poco prima di morire, descrivendola come qualcosa di cui essere orgogliosi.

A 90 anni faceva ancora le cose di 10 o 20 anni prima, come nulla fosse.

Parlando dello sport di oggi diceva, come altri del suo tempo, di non gareggiare per i soldi ma per le vittorie. Al mondiale del Cairo gli rubarono tre stoccate in finale e sembra che lo ammise anche la giuria. A Londra, alle Olimpiadi del 1948, disse che crollò per mancanza di un’alimentazione adeguata.

I suoi ricordi in qualche battuta del passato – «Uno in particolare. Sala d’ armi del maresciallo Fabrizi, Cavalier Luigi: sì, era scritto proprio così, all’ ingresso. Ebbene, Fabrizi mi fece mettere in guardia, mi fece assumere le posizioni fondamentali. A quel punto mi disse: Sei diventato uno schermidore e anche un gentiluomo. Quando la racconto, rivivo la scena. E mi scappa da ridere». Rammento poi la sera in cui, dopo infinite sconfitte in allenamento, superai Giulio Gaudini, gigante di 2,02, un mio idolo. Gli dissi: Mo’ vado a dirlo alla radio. Ma era una bufala. Dopo la Guerra, nove anni dopo, ci ritrovammo in Via Condotti. Mi invitò a incrociare le lame nella sua sala: vinse lui. Mi disse: Mo’ vallo a dire alla radio…».

Quando Renzo Nostini raccontava il rapporto col fratello maggiore Giuliano, ci teneva a dire: «Ottimo. Era un Nostini pure lui, di carattere: se non avessimo avuto la stessa madre, avrei detto che era un…figlio di buona donna. Era mancino, era intelligente: cominciammo a tirare in casa, con grucce di legno rubate dagli armadi. Diventati schermidori, lui per un po’ fece valere la superiore forza fisica. Avevamo un patto, nelle gare importanti: ci fossimo affrontati, io avrei dovuto cedere subito per farlo arrivare fresco alla finale. Ma a una selezione per i Mondiali, l’accordo saltò. Gli dissi di stare attento, di non fare sceneggiate, di non urlare per condizionare l’arbitro. Vinsi io. A casa mi apostrofò: La prossima volta urlo quanto mi pare».

Renzo Nostini ha sempre detto, con fierezza: «Nella mia storia personale è venuto prima il nuoto, che mi ha regalato anche una moglie, poi la pallanuoto, il pentathlon e il rugby. E ho gareggiato pure nello sci». Dal pentathlon un’altra delusione. Correva l’anno 1936, vigilia dei Giochi di Berlino… «Delusione? Una beffa atroce. Avrei potuto partecipare all’Olimpiade sia nella scherma, sia nel pentathlon: mi chiesero di iscrivermi in quest’ ultima disciplina. Ma poi vennero mandati solo tre militari; io, borghese, rimasi a casa. Il tedesco che vinse, nel nuoto impiegò quasi venti secondi in più dei miei tempi».

Anche l’unico titolo del mondo individuale, a Montecarlo nel 1950 e nel Fioretto, fu un po’ amaro. «Vero. Quando mi toccò l’ultimo assalto, avevo già vinto. Dovetti però ugualmente salire in pedana e persi. Mi è mancato il brivido della stoccata decisiva e vincente: alla sera riflettei che ero finalmente diventato campione, ma non sapevo quando e come».

A chi gli ha chiesto se sia stato meglio Nostini come atleta o come dirigente, rispondeva: «Il dirigente. Creai la F.I.S.U., che Nebiolo trasformò nel pianeta dell’Universiade. E al Mondiale universitario 1947, a Parigi, riuscii a impedire che gli atleti triestini sfilassero davanti alla bandiera della città anziché a quella italiana. Il mio segretario, vinta la battaglia, si mise a cantare Giovinezza: dovetti zittirlo».

Quando gli chiesero se avesse amarezze strozzate in gola, mai rilevate, disse: «Uno solo: secondo voi, uno come me non doveva fare il presidente del Coni?…». Con l’ex c.t. Fini ha dato vita a una coppia stupenda, per quanti successi ha saputo costruire. Commentò così: «Ci completavamo a vicenda. Eravamo un po’ … marito e moglie». A 90 anni, il futuro le allarga il cuore o le va stretto? «Mi va stretto: non ho più le caratteristiche per fare ciò che vorrei».

Renzo Nostini se ne sarebbe andato a 91 e mezzo, il 1° ottobre del 2005. Figura importane come una radice, nella storia dello Sport, sia italiano che internazionale.

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