Politica

Strage via D’Amelio, Salvatore Borsellino: “Depistaggio di Stato. Paolo ucciso perché un pericolo per il potere”

Salvatore Borsellino, fratello del giudice Paolo Borsellino assassinato a via D’Amelio il 19 Luglio del 1992, è intervenuto ai microfoni della trasmissione “Ho scelto Cusano – Dentro la notizia”, condotta da Gianluca Fabi e Daniel Moretti su Radio Cusano Campus, emittente dell’Università Niccolò Cusano, per commentare le motivazioni della sentenza sulla strage.

Paolo Borsellino in merito al depistaggio

 “E’ stato un depistaggio di Stato, iniziato subito dopo la strage di Via D’Amelio. Ad organizzarlo è stato qualcuno che sapeva come erano andate le cose e di come era stato organizzato l’attentato, qualcuno che avrebbe potuto, quindi, arrivare ai veri autori della strage e che, invece, ha deciso che quella storia fosse raccontata in maniera distorta. E questo è terribile.

I funzionari infedeli dello Stato coinvolti, o avevano una fonte che li informava di come si stavano preparando le cose a via D’Amelio, oppure erano direttamente implicati nell’attentato, come peraltro sostengono le rivelazioni di Spatuzza, che sostiene che nel garage dove l’automobile veniva riempita di tritolo, era presente una persona che sovrintendeva alle operazioni e che non era un mafioso”.

Sul furto dell’agenda rossa e le indagini che Paolo Borsellino stava conducendo

“La sentenza sottolinea che anche il furto dell’agenda rossa faceva parte del depistaggio. C’era qualcuno, al corrente di quanto sarebbe successo, che attendeva di potersi avvicinare alla macchina di Paolo e prendere la borsa dove era contenuta l’agenda. Paolo stava indagando sulla strage di Capaci e gli venne impedito di andare a testimoniare, è stato ucciso anche per questo. Con la sentenza sappiamo che quei magistrati che gli impedirono di testimoniare a Caltanissetta erano al corrente del depistaggio, sono colpevoli di averlo avallato: la sua audizione è stata ritardata per dare il tempo di ucciderlo”.

Sulla fine della delegittimazione per il movimento delle ‘Agende Rosse’ e la strada da percorrere

 “Paolo fu ucciso perché rappresentava un pericolo per Cosa Nostra ed altri centri di potere. Io e le mie ‘Agende Rosse’ lo sosteniamo da anni e il fatto che ora sia scritto nero su bianco in una sentenza della magistratura, pone fine ad anni di delegittimazione, in cui siamo stati accusati di raccontare fantasie. Questa sentenza rappresenta una svolta. Ma dopo la svolta c’è una strada da percorrere e io spero che non sarà lunga, tortuosa e piena di ostacoli come quella che abbiamo percorso finora. Io la percorrerò fino all’ultimo giorno della mia vita. Non so se ne vedrò mai la fine, ma l’importante è che ci arrivino i giovani. Quei giovani che avranno in mano un’agenda rossa”.

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