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“Vista mare”? No, in Italia è vista cemento

Libro vista mare. Michele Manigrasso (Architetto Urbanista, membro del comitato scientifico dell’Osservatorio Nazionale sui cambiamenti climatici nelle città e nei territori ) è intervenuto a “Siamo ciò che paghiamo”, trasmissione condotta da Livia Ventimiglia su Radio Cusano Campus.

“Vista mare” è un eufenismo?

Vista mare è la speranza di ritornare a guardare il mare che per noi è una grande risorsa, fondamentale per lo sviluppo del Paese. Questo libro racconta due facce: la prima mette in luce la bellezza dei nostri paesaggi e l’altra tutto ciò che l’uomo ha fatto in maniera errata, cementificando e cancellando un paesaggio di grande valore.

A che periodo storico dobbiamo guardare per ricostruire lo sfacelo?

Questo studio lavora su due lassi temporali. Il primo è un valore assoluto ed indica quello che registriamo guardando dall’alto il nostro paesaggio. Un altro valore importante è quello successo dal 1988 ad oggi, con la Legge Galazzo. Questo è un dato veramente importante perché ha dimostrato che, nonostante le leggi di tutela, ci sono stati comunque consumi importanti. Non si parla solo di ecomostri, ma di intere zone. Lo studio mette in evidenza zone urbane meno dense, che caratterizzano porzioni di territorio tra le città. Questo sta portando alla saldatura delle città e ne abbiamo prove evidenti.

Il libro evidenzia due grosse problematiche. La prima riguarda il cambiamento climatico: erosione costiera, innalzamento del livello del mare ed esondazione. L’altro aspetto importante è la crescente domanda di turismo internazionale. Ne è testimone il fenomeno della rapallizzazione: la cementificazione di una zona costiera per turismo.

Il problema è come costruire, perché la nostra tradizione edilizia è legata a tecniche, materiali che modificano in modo irreversibile il nostro territorio.

Ci sono alcune Regioni che si sono salvate?

Le regioni che salgono sul podio, sono quelle virtuosè. Al primo posto c’è la Sardegna, che è riuscita a salvare moltissimo. Anche la Puglia è un esempio per i fanalini di coda, ovvero, la Calabria, la Campania, l’Abruzzo e le Marche che non hanno gli strumenti adeguati.

Non si capisce mai bene quali siano i limiti, i confini e le restrizioni.

Come si può intervenire?

Il sistema va riqualificato. I modi in cui abbiamo costruito non sono compatibili con la qualità del paesaggio che abbiamo usurpato.

Personalmente, credo nella demolizione per riconsegnare al suolo quel ruolo ecologico di spugna, che invece meriterebbe.

Ascolta qui l’intervista completa

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