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Paolo Crepet: “Italiani, primi consumatori di psicofarmaci al mondo”

Paolo Crepet, psichiatra, scrittore e sociologo, è intervenuto a #genitorisidiventa su Radio Cusano Campus, per commentare la notizia del primo ospedale norvegese che curerà i pazienti affetti da disturbi mentali senza l’uso di farmaci. Per l’Occidente, che cura qualunque disturbo coi farmaci, è il segnale che serviva. “Siamo i primi consumatori di psicofarmaci al mondo, è una scelta culturale. Il grande cambiamento è arrivato col prozac, la cosiddetta pillola della felicità, che ha cambiato il nostro atteggiamento nei confronti del disturbo mentale, “, ha affermato Crepet. 

E’ tempo di un nuovo approccio alle malattie, dunque, di qualunque genere esse siano. Curare coi farmaci significa risolvere nell’immediato, ma non rimuovere definitivamente il disturbo.

Come fare?

Nel caso dell’ospedale norvegese le soluzioni curative alternative saranno lo sport, l’arte. Nel caso dei disturbi mentali conclamati, tra la stragrande maggioranza dei lavoratori in difficoltà, servirebbe maggiore accoglienza, secondo Rosaria Uglietti. “Il depresso ha bisogno di essere accolto nel suo dolore. Ogni patologia, anche se psichiatrica, va accolta. E’ il passo principale che si può fare”, per curare, ha aggiunto Uglietti, che si è detta dalla parte delle cure psicologiche. 

Paolo Crepet ha ribadito quanto distorte siano le credenze della gente rispetto ai fatto. Gli psicofarmaci “risolveranno il disturbo, è solo quello a cui abbiamo creduto, dal momento che sono ben lontani da promettere e proporre tutto questo. Hanno anche effetti collaterale e non sono un semplice bicchierino effervescente.”

Nonostante tutto assistiamo ad un uso smodato dei medicinali. Questi, nel caso dei disturbi mentali “obnubilano il paziente. L’assuefazione non risolve la malattia. Le mamme di bambini schizofrenici, autistici, vengono colpevolizzate”, come la causa principale del problema, ha incalzato Rosaria Uglietti.

Le famiglie e i genitori, nel caso debbano trovare il modo di risolvere un disturbo mentale in famiglia, sono chiamati ad “accogliere la patologia. Non devono sentirsi in colpa e non devono far sentire in colpa i figli.”

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