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Condannato per aver ucciso l’ex fidanzata; parla la mamma di Giordana

Dopo la condanna a 30 anni per Luca Priolo, l’uomo che uccise a coltellate la sua ex Giordana Di Stefano, Vera Squatrito, mamma della vittima, è intervenuta ai microfoni di Legge o Giustizia condotto da Matteo Torrioli ed Edaordo Caianiello su Radio Cusano Campus.

“Visto il rito abbreviato non si potevano dare più di 30 anni: questo mi fa pensare che Giordana è stata rispettata. Essere premiati per aver ammazzato mi lascia comunque dei dubbi, è chiaro che a me non basta una condanna di trent’anni. Ci saranno altri gradi ed altri elementi che arriveranno, è la legge che va cambiata”.

La ritiene giusta come sentenza?

E’ giusta perché nonostante rito abbreviato il giudice ha dato tutto quello che poteva dare. In quell’aula c’è stato rispetto per il valore della vita, sempre secondo quello che la legge consente: il fatto è che non ci deve essere rito abbreviato, non deve esistere.

Priolo uccise Giordana dopo che ques’ultima lo aveva denunciato per stalking: “Il procedimento per la denuncia per stalking va ancora avanti. La cosa assurda è che io devo difendere mia figlia per questa cosa, si mette in discussione la denuncia di una ragazza che non si può difendere perché é stata uccisa da quella stessa persona che ha appena preso una condanna di trent’anni. Due anni di silenzi in cui lui è stato libero di perseguitare mia figlia quando voleva. Mia figlia aveva chiuso con questo essere che l’ha privata della vita: io ho lottato tanto affinché mia figlia capisse quanto questo amore fosse per lei sbagliato, quanto lei si fosse trasformata nella sua schiava ad un certo punto, talmente da cambiare le sue abitudini di vita ed il suo modo di essere.

Lei poi ha capito e denunciato, dopo che lui aveva fatto il suo ennesimo ed ultimo ingresso in casa. Lei prima voleva proteggere il padre di sua figlia, schiacciata da una violenza psicologica che ti sottomette, che ti fa sentire colpevole e che ti leva autostima e coraggio di reagire perché pensi te di sbagliare e non ti fa rendere conto che quello non è né un uomo, né un padre”. Come ci si sente dopo la sentenza? “La mia battaglia è iniziata oggi: le nostre figlie devono avere rispetto, la legge le deve rispettare. Come si fa ad essere buonisti nei confronti di soggetti così pericolosi? Lei non fu considerata, la sua violenza psicologica non ha avuto importanza: non c’erano atti ospedalieri che potevano darle aiuto. Quella psicologica evidentemente non basta”.

Ha paura che lui possa tornare?

Io ho paura per mia nipote. Io so e sento che per il soggetto che è, lui cercherà mia nipote e le farà del male ma io non lo permetterò. La legge deve proteggerci, ma io non permetterà che lui ci faccia del male, se sarà necessario, non sarò una brava persona, lo farò per mia nipote.

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